STORIA DELLA PROSTITUZIONE

consigli, amenità e facezie sopra l’esercizio del meretricio e dei lupanari

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SUMMA PROSTITUTIONES

(consigli, amenità e facezie sopra l’esercizio del meretricio e dei lupanari)

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STORIA DE LA PROSTITUTIONE

Poiché quello de lo sesso è il lavoro più antico del mondo (Palem, sine delectu, pecunia accepta), non è facile risalire alla nascita sua, che non per niente si perde nella notte dei tempi. Deprecato ma nascostamente tollerato dall’autorità che se ne serve per lasciare uno sfogo alle voluttà

Bandisci le prostitute dalla società, e ridurrai la società nel caos, per la lussuria insoddisfatta (Agostino, De ordine, I.II., cap. IV)

Mi sono rallegrato con te, perché riservando i tuoi istinti alle professioniste preservi la castità delle nostre spose (Catone)
de lo maschio (secondo la formula: “le prostitute le teniamo per il piacere, le concubine per le cure di tutti i giorni, le spose per la discendenza et la custodia del focolare””), così prevenendo non solo i costumi licentiosi ma lo stesso delitto (come dice lo santissimo Lombroso) che sempre ha una natura sexuale. I primi exempi di postriboli sono stati rinvenuti nella Caldea (tra Babilonia, l’Iraq et il golfo Persico dove una giovane dedita al mercimonio era detta “harimtu” o “shamatu”, et veniva venerata ad un punto tale che nella torre di Babele ricostruita v’era, come racconta Erodoto, un letto su cui le vergini si univano al re o a un sacerdote), a Gerusalemme (sotto il regno di Giosia existeva nei santuari ebraici un commercio de lo sesso legato al culto) et in Egitto (dove erano chiamati “optet”). Presso alcuni popoli della Mesopotamia si venerava addirittura un simulacro del meretricio (Ishtar); mentre le donne degli Amoriti erano obbligate a fornicare per sette giorni consecutivi prima di sposarsi, et a Eliopoli (in Siria) le vergini subivano la deflorazione prematrimoniale da parte di uno straniero. Fu però in GRECIA che si organizzò il primo vero casino di stato (VI sec. a.C.), ad opera di uno dei sette savi et fondatore de la democrazia ateniese, Solone, che fu da modello per le epoche seguenti.
In ATENE quasi tutte le case di tolleranza erano posizionate nel quartiere “Ceramico”, nella zona del porto et delle vie del Pireo. Istituite per legge l’igiene et la salute pubblica, furono apperciò acquistate giovani schiave con la funzione di offrire all’impeto
della popolazione maschile un diversivo per salvaguardare l’onore de le donne libere. Al di là dell’ordine dato alla vendita dello piacere, la cosa interessante è che con i suoi profitti Solone fece tra le altre cose costruire un tempio sacro dedicato ad Afrodite Pandemia (= pubblica, protettrice dello amore a pagamento; la dea responsabile della passione di Elena e Paride et de la voluttà esasperata di Pasifae, Fedra, Medea). Ma ciò non deve stupire più di tanto, se pensiamo che al tempo le prostitute erano tenute in grandissima consideratione, assumendo a volte dei ruoli quasi religiosi. Come le ierodule, legate al culto del tempio et le auleridi (experte nel dare agli uomini la serenità), istruite et dunque presentabili nella società. In generale le foemine dedite alla copula venivano chiamate “pornè” (che significa “in vendita”), prostitute di bassa categoria; mentre gli amministratori delle case avevano il nome di “pornotropi”. Le cortigiane colte e raffinate, et apperciò libere, si fregiavano dell’appellativo “etère” (da “hetàira”, che vuol dire “compagna”), et erano certamente più ricercate delle semplici passeggiatrici, le peripatetiche (da “peripato”, il luogo del cammino), capaci più nelle cose erotiche che nella filosofia aristotelica. Cortigiane famose furono Thais, compagna di Alessandro il Grande et sposa di Tolomeo, re dell’Egitto; Aspasia, che fu prima amante e modella di Fidia et poi moglie di Pericle; Frine che si legò a Prassitele; Lais che era ben più di una modella per il pittore Apelle.
Così stavano le cose nell’Ellade, anche se va ricordato che una tale promiscuità dei sessi era in buona misura disprezzata dagli uomini eruditi ne la filosofia, et accettata unicamente per la procreazione e lo sfogo degli istinti15, mentre era mille fiate più ricercato lo godimento omoerotico alla maniera degli erasti et degli eromeni. Secondo il detto:

Il culo è fatto per la gente dotta,
Per il villan fottuto c’è la potta

E’ a partire dal V sec. a.C. che le cose cambiano per la donna greca, quando viene meno la società omerica e gli strali moralizzatori di Socrate fanno proseliti nella città. Ad Atene i postriboli rimasero ancora sotto il controllo dello stato, et furono sottoposti ad una tassa, il pornikon (deliberato dal bulè, il senato della città), versato annualmente agli esattori che raccoglievano l’imposta. Ma queste case cominciarono ad essere dirette da tenutari privati (ad exempio l’ateniese Euctemone, che possedeva nel Pireo un immobile gestito da una delle sue schiave experta nel formare le giovani prostitute; le quali giunte ad un’età veneranda diventavano a loro volta istruttrici in altre case), che si occupavano anche di istruire le giovinette non solo nel fare all’amore, ma nella musica et nella danza come completamento delle buone maniere. A regolare il commercio (tariffe e clienti) c’erano gli astinomi, che nel numero di dieci assumevano il ruolo di vigilare sul buon costume (tali magistrati si occupavano un po’ di tutto, dalla nettezza urbana alla sorveglianza, ai costumi; come pure dell’ordine morale e del decoro delle strade). Loro compito era anche quello di controllare che i tenutari si attenessero alle tariffe dello stato, stabilite in due dracme per ragazza. A questo proposito, le cronache raccontano ad exempio che l’ateniese Diognide e il meteco (straniero) Antidoro furono condannati dall’eisangelia (= l’azione giudiziaria ateniese) per avere noleggiato le fanciulle ad un costo più alto. Se la legislazione era tutto sommato tollerante nei confronti de la prostitutione, ammessa solo per gli schiavi et i barbari, non così fu per gli sfruttatori. La legge di Solone prevedeva un’ammenda di venti dracme per chi inducesse al meretricio una donna libera, et la pena di morte per quanti si rendevano responsabili de lo mercato dell’infanzia. Naturalmente existeva anche un mercimonio clandestino che si svolgeva fuori dalle case; come le venditrici di fiori sull’agorà (la piazza) et giovanetti e donne in cerca di passanti. Nella sostanza, poiché la giurisprudenza proteggeva le mogli et le figlie dei cittadini, le cortigiane erano quasi tutte straniere (xeniali), et comunque di bassa extrazione sociale. Distinguere una donna perbene da una passeggiatrice non era complicato; sembra infatti che il legislatore prescrisse (come testimonia Clemente Alessandrino) alle donne oneste di vestire in modo sobrio, mentre autorizzò le prostitute ad indossare abiti vistosi. Le stesse non potevano uscire dalla cinta dei quartieri periferici et dovevano apparire in pubblico velate o mascherate […]

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AL REVERENDISSIMO LETTORE ET ALLE

DIGNITOSISSIME LETTRICI

Essendo l’uomo composto corporalmente di un’immoterata carnis petulantia et essendo io medesimo nondimeno da sempre vinto nelle mie azioni dal dulce venenum della lussuria, oggi –24 del mese di luglio dell’anno 2001- mi accingo in confessio fidei e testamentum a lasciare le mie memorie et i miei consigli di libertino ai lettori e alle lettrici che, come me inclini al vitio a alla concupiscentia, vogliano prendere dilectatione di una donna o di un uomo. Fuori dell’ordine morale de lo mondo et esecrato da le genti in gratia di dio, fin già dall’adolescentia ho preso a saziare la fame de lo ventre. La regula di vertute a cui affidai lo corpo animale et lo destino de l’anima sua è stata e anche ora rimane lo peccaminoso piacere. Summo Bono, abominio massimo che costò meco il benevolere celeste e quello de li uomini timorati: tanto deprecato nello pubblico quanto però sommamente venerato nel secreto dei postriboli. Non l’amore: ingegnosa argomentationes per exorcizzare le sante voluttà. Errore platonico, falsitate paolina, astutia agostiniana. Immune allo delirio di onnipotenza non ho difatti mai, io medesimo meco, avuto pretenzione alcuna di essere amato e mai ho in vanitate creduto di avere lo cuore et l’anima di nessuno; in virtute et umiliate christiana mi sono piuttosto contentato di quello che a loro sta vituperato attorno. Della gioia mercenaria che le foemine immonde et abominevoli sanno tuttavia dare. Giunto oramai alla vetusta etate in cui lo vitio si fa morale (e l’azione ahimè ragione), et avendo io –puttaniere indomito e licentioso- trascorso adolescentio, gioventute, senettute e senio de la mia vita mortale ne lo piacere de lo corpo che solo acqueta la sete de l’anima, consegno aldunque alle giovini de lo mondo i secreti nobilissimi de lo amore.

In ultimo, e senza tediare oltre lo reverendissimo lettore et la dignitosissima lettrice, vorrei lasciare in memoria loro che lo scopo et il fine di questo ricettario erotico rimangono essenzialmente le litterae. Dimodoché amendue non abbiano a farsi una convintione immonda de lo sottoscritto; ricordando alle brave genti che lo manuale si rivolge unicamente alle madonne di natura vogliosissima, navigate nelle cose de lo mondo et di già esperte ne lo mestiere de lo sesso, che vogliano però accrescere in sapienza et cognitione le alchimie de l’arte amatoria. Et al moralissimo censore togato la doctrina eccellente di Santo Tommaso specificamente alla distinzione tra ens logico e reale, invitandolo a discernere nominalisticamente le cose eccitanti ma false de lo pensiero e de la parola da quelle mille fiate più noiose della vita.

Mi sia infine concessa una dedica: rivolgo lo mio pensiero a madonna Beatrice, signora di Milano, di nobili natali nonché proprietaria di beni mobili et immobili che sempre mantiene bellimbusti fascinosi ma villani e rozzi, lamentandosi poi meco de l’interesse loro. Ricordandola alla mia lectrice come esecrabile esempio di un puttanismo ignobile et inconcludente, scioccamente dispendioso, fatto più di lussuria che cupidigia.

Arrivando allo termine de la mia disamina, seppure a malincuore rispettosamente mi congedo:

Giancarlo Buonofiglio, signore di niente, figlio de lo popolo et proprietario unicamente di uno cervello.

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