LA MAMMA DI ARISTOTELE E’ SEMPRE INCINTA

La giustizia è la reazione a un’azione dannosa; ha una connotazione punitiva, nessuno chiede giustizia se prima non ha subito un torto. Anche quando rinunciamo alla replica non possiamo fare a meno di pensare: ma con quale diritto (sempre lui, il terzo incomodo) mi fa questa cosa. La questione è complicata: è nato prima il diritto o la giustizia? Senza ammorbare ulteriormente le galline, la lasciamo in sospeso. Le mamme non avrebbero dubbi: sono nate prima loro, il senso della giustizia o del diritto è successivo e lo amministrano con la competenza di un pretore. La giustizia è gestita a più gradi, ma il suo esercizio pubblico è nelle mani dei giudici. Il giudice appurata la relazione tra la causa e l’effetto sanziona l’artefice della cattiva azione; deve ricostruire la verità e si comporta come un logico che ricompone il legame tra reazione e reazione. Hume, che era un ottimo filosofo non avrebbe potuto fare il mestiere del magistrato; ha messo in dubbio prima ancora che la coerenza di causa effetto la logica e ha chiarito la natura della verità (così come ce l’hanno raccontata Aristotele e le nostre mamme) come credenza. Le relazioni sono per natura instabili, tranne in italia dove sembrano eterne più che durature. Lo stesso vale per le credenziali, che hanno preso il posto delle credenze: quel ‘lei non sa chi sono io’ pare che faccia curriculum. Per relazione intendiamo la connessione (ontologica) tra cose, idee, fatti e i ragionamenti consistono nell’ordinare la frammentazione secondo relazioni costanti o incostanti. La relazione causale funziona per contiguità e priorità della causa rispetto all’effetto. Due oggetti considerati come causa e effetto sono contigui, uniti da un’infinità di altre cause e la causa precede sempre l’effetto. Dalla ripetizione secondo il prima e il poi nasce l’abitudine e giungiamo all’idea di connessione necessaria attraverso l’esperienza. L’esperienza ha sempre a che fare con il passato; tuttavia secondo Hume non dà garanzie su quel che accadrà, perché un cambiamento è sempre possibile. Ne sapeva qualcosa il tacchino di Popper, che aveva maturato la convinzione di essere immortale; fino al 25 di dicembre. L’induttivista prima o poi finisce ne forno.Trasferiamo insomma la nostra esperienza dal passato al futuro, ma lo facciamo per un meccanismo psicologico e emotivo, l’abitudine. L’abitudine a sua volta istituisce la necessità (e questa volta possiamo lasciare in pace la gallina, lo sappiamo chi è nato prima). La necessità è qualcosa che esiste nella nostra mente piuttosto che nelle cose; è la determinazione a passare da un oggetto a un altro, da un’idea all’altra ricercando la causa e i principi primi. Anche quando le mamme danno un ordine, pare che debbano inserire l’imperativo morale in una teleologia che ha come referente il buon Dio; senza quello il discorso sembra loro vuoto e privo di sostanza; contestabile dall’adolescente che ha dentro casa, disposto per acneica propensione alla confutazione. La giustizia è sempre sottilmente teologica come pratica intellettuale e non per niente il giudice è un pretore. Quando la mente passa da un’idea all’altra, lo fa in base a principi associativi che consentono di unirle nell’immaginazione. Tali principi sono: somiglianza, contiguità e causalità. Ciò significa che se abbiamo un’idea, la nostra mente tende a passare naturalmente all’idea che le assomiglia, che le è contigua e che le è connessa. Questa cosa le mamme e i giudici la chiamano verità. In quanto principio di associazione tra le idee, la causalità consente l’inferenza da un’idea all’altra. Secondo Hume esistono due definizioni della causalità, l’una intende la causa come relazione filosofica, l’altra la considera un principio di associazione. Per la prima la causalità si determina come un oggetto contiguo ed antecedente ad un altro, in modo tale che gli oggetti somiglianti siano posti in relazioni analoghe di contiguità e priorità. Per la seconda definizione, la causa è un oggetto contiguo ed è antecedente a un altro; unito ad esso al punto tale che l’idea dell’uno determini la mente a passare all’idea dell’altro. Discorso articolato più che complicato; in sintesi vuol dire che abbiamo la convinzione che ogni oggetto che cominci a esistere debba sempre avere la causa della propria esistenza. Tale bisogno intimo di certezza e fondamento assume i toni del grottesco; qualcuno parla di Dio come causa prima, altri di un senso morale assoluto che ordina le cose, altri ancora di verità. Questi sono i peggiori, hanno la tendenza a istituire regole e leggi valide per tutti, al di là delle naturali articolazioni e diversità. Non siamo un popolo fenomenologo e le cose sembrano non bastarci per come si presentano e sono, abbiamo bisogno di altro. E perseguiamo l’intenzione con l’ostinazione di una mamma che detiene la verità e difende l’ordine col battipanni.

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I DIALOGHI SURREALI CON MIA MADRE

Le mamme professano un idealismo nascosto; non sempre conoscono Hegel, ma quella che mettono in pratica è un’autentica Filosofia dello Spirito. Ragionano secondo sillogismi e non importa che la premessa sia sbagliata, la conclusione ha sempre una logica e deve avere riscontro nella realtà. In tutto il processo naturalmente il loro Io è presente e anche laddove subentri un elemento di disturbo, come può essere un’altra femmina, questa deve comunque rispecchiarle in profondità fino all’assimilazione. Quel che reale non è razionale ma relazionale, e i limiti della relazione sono stabiliti a priori dalle loro necessità. Qualcuno la chiama edipica questa cosa, in realtà affonda le radici nell’ontologia e nella constatazione di un perpetuo ruolo materno nella storia individuale. E infatti le mamme rimarcano di continuo la loro presenza sottolineando l’assenza del padre; non c’è nichilismo nella visione di una madre e il nulla rimane fuori dalla porta. Non per niente le sentiamo ripetere: “Chi è?” e quando rispondiamo: “Nessuno” le irritiamo mettendo in crisi un sistema filosofico che non riesce ad assorbire il concetto di assenza, del vuoto, del niente. Le mamme riempiono; sono meravigliosamente sazianti nei loro esercizi quotidiani. Riempiono i mobili, le stanze, le case con oggetti inutili e di dubbio gusto; ma anche la gondola di Venezia a centrotavola rientra in quell’ordine di cose che conferma la presenza. E che da buon idealiste identificano con la loro. Non si tratta di feticismo per gli oggetti, ma di un bisogno ontologico: il soprammobile è e non può non essere, tertium non datur. La mia ad esempio conservava tutto e nulla valeva il mio desiderio di tornare alle cose stesse; aveva rivestito gli oggetti di un valore affettivo e non vedeva che quello. Io però sono un fenomenologo e devo avere avuto il rifiuto edipico; svuotare gli oggetti del contenuto culturale voleva dire svuotarli da quella presenza. Cosa che mia madre percepiva inequivocabilmente; sospendevo il giudizio ma era subito pronta a intervenire con il suo. “La gondola è una schifezza”. “Guardala bene, è bellissima”. E insistendo nella disputa aveva vinto lei; non tanto per inettitudine del sottoscritto alla diatriba filosofica con un domestico eleata in bigodini, ma perché i fenomenologi sono così, sospendono il giudizio e quando serve anche le parole. Perché con una madre non puoi dialogare, ti è concesso solo di deporre le armi della dialettica e rinvenire che quel che è reale è anche e sempre matriarcale.

In “Gli itaGliani, tombeur de femmes”

LA CASALINGA EPISTEMICA

Abbiamo un’idea distorta della filosofia, come qualcosa che si esercita nelle aule universitarie e che è di proprietà di un ristretto numero di persone. Niente di più sbagliato, la filosofia non è materia scolastica, ma un naturale disporsi verso le cose, cercando di andare loro incontro, di capirle. Anche nel metodo, il rigore, la logica non mancano negli esercizi quotidiani; come quando una casalinga stira e con abitudine (e l’abitudine è una forma della logica che ordina la relazione secondo il prima e il poi) piega le camicie evitando accuratamente di stropicciarle. C’è più filosofia in quelle mani acculturate nella ricerca di un ordine che in tanti libri pieni di parole ma vuoti di sostanza. E c’è anche tanta teologia; la quale mi pare serva appunto a non prendere una brutta piega. Gli adolescenti di norma sono anarchici e vestono stropicciato; a riportare decoro nei costumi con una fondazione delle regole ci pensano le mamme. Quelle italiane in particolare, che sembrano ossessionate. Stirare equivale a prendere un concetto per renderlo funzionale all’idea che abbiamo del mondo. Talvolta a dimostrare l’esistenza di Dio o la sua immanenza nelle cose. Non sempre siamo coscienti della portata filosofica dei comportamenti ordinari, è vero. Ma nulla toglie a quel che chiamiamo filo-so-fare, che vuol dire l’amore-so-fare; seguendo un filo come in un discorso che non manca di criterio scientifico. Perché anche nei piccoli gesti, nella consuetudine di certi movimenti manuali c’è tanta impensabile episteme, come pure è epistemologia ciò che la madre insegna alla figlia nella normale istruzione domestica. Le cose si fanno così, perché è con quel metodo o con quei modi che si ottengono i risultati. E se il risultato è un piatto saporito o una camicia smacchiata tanto meglio; c’è della scienza anche quando si dosa il sale in una pietanza e nella quantità di sbiancante che si versa sull’indumento, e va appresa come qualunque altra disciplina. Naturalmente parliamo di svariati metodi e non di uno solo, come tutto quel che riguarda le esperienze teoretiche prodotte da una necessità pratica. La filosofia non è un insieme di verità di cui entrare in possesso o un metodo stabilito: “Non c’è un metodo della filosofia, ma ci sono metodi; per così dire ci sono differenti terapie” (Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 1999, § 133). Si tratta piuttosto di indagare i modi in cui si presentano le espressioni linguistiche che articolano il mondo, educando a vederlo con perspicuità, disincanto, facendo pulizia. Avete presente quando le mamme chiedono qualcosa? Ebbene la verità già la conoscono, basta loro un’occhiata. Misurano piuttosto il modo col quale vi rapportate al mondo e che per naturale propensione all’idealismo coincide con il loro Io. Questa pluralità dei metodi risponde all’esigenza di rimanere coerenti con quel che si dice. O meglio, di rimanere fedeli alla forma di vita così com’è predisposta nell’ambiente familiare. “Dire, mi meraviglio di questo e di quest’altra cosa ha senso solo se posso immaginarmi che le cose non stiano così … Ma non ha senso dire che mi meraviglio per l’esistenza del mondo, poiché non posso immaginarlo come non esistente” (Sull’etica, in Lezioni e conversazioni sull’etica, l’estetica, la psicologia e la credenza religiosa, Milano, Adelphi, 1976, pp. 1-18, pp. 13-14). Qualcosa di simile a quanto accade con la critica dell’evidenza di alcuni truismi enunciati da G. E. Moore (“esiste un corpo umano che è il corpo”, “questo calamaio è alla sinistra di questa penna”), che Wittgenstein smonta analizzando la grammatica del linguaggio. Una casalinga non dice “hai un corpo sgualcito o sporco” e meno che mai si perde in astruse considerazioni logiche. I pantaloni non sono in terra a destra della lavatrice, vanno messi dentro. Punto. Si potrebbe dire che il discorso vale anche per tutti i mestieri e non solo quello casalingo; ma davvero non so. L’ambiente domestico mi sembra vero, legato ai nostri bisogni intimi, è lo spazio affettivo, emotivo, conoscitivo nel quale ci muoviamo con libertà di linguaggio; non è il luogo dell’Io, ma l’Io in una sua intima dilatazione. Tra le grammatiche del quotidiano mi sembra quella più aderente alle nostre necessità epistemiche, accidentalmente stropicciata dalla filosofia. Una casalinga che organizza la giornata della famiglia ha riti che sembrano preghiere, risolve sottili questioni teoretiche, mostra un’insolita attitudine matematica, formula giudizi analitici, risolve dubbi, la cucina assorbe gli aromi e gli odori, decora l’ambiente con il suo gusto estetico. I mestieri sono un’altra cosa, la finalità è la produzione e la vendita; nella casa alberga invece il sapere per il sapere. E questo se non ricordo male è uno dei nomi che diamo alla filosofia. Il sapere per il sapere; perché come appuntava Aristotele “La filosofia non serve a niente. Ma proprio perché libera da legami di servitù nessuna scienza le sarà mai superiore”. La filosofia non è serva (quante volte sentiamo le genitrici dire: “Non sono la tua serva”), questo è il punto; i mestieri che producono un reddito sono servili e accomodanti, complici a volte. Non tendono al bene, quasi mai hanno un rapporto con la verità e raramente producono felicità; c’è anche chi ha visto in quelle forme di lavoro alienazione e abbrutimento, autodistruzione. Ma è un’altra storia. Le mamme quando chiedono pretendono risposte, non divagano mai, hanno un metodo e si muovono in un ambito empirico. “Il metodo corretto della filosofia è propriamente questo: nulla dire se non ciò che può dirsi … ogni volta che altri voglia dire qualcosa di metafisico, mostrargli che a certi segni nelle sue proposizioni egli non ha dato significato alcuno … Le mie proposizioni illustrano così: colui che mi comprende infine le riconosce insensate, se è salito per esse- su esse- oltre esse; (deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito). Egli deve superare queste proposizioni; allora vede rettamente il mondo. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere. (Tractatus, 6.53-7)”. La filosofia descrive i modi con cui usiamo parole e proposizioni, poiché è a causa di un loro uso perverso che si sviluppano teoremi incapaci di dare conto della verità. La frase “il mondo non esiste”, o “il mio corpo esiste”, è logicamente impropria perché si fonda sul presupposto metafisico dell’esistenza. Parimenti quando diciamo alla mamma “nessuno”, alla sua richiesta di sapere chi era al telefono. Quel “nessuno” manca di soggettività, non è oggettivabile, è qualcosa di manifestamente metafisico, insensato sul piano delle proposizioni ordinarie del vivere quotidiano. Non ha un volto ed è irritante. La filosofia deve delineare le condizioni di senso che rendono corretta una certa espressione linguistica. E il senso deve avere un nome (di quella “zoccola”, come appunto dice la genitrice non potendo indagare oltre). La prima delle condizioni del filosofare è che noi parliamo in un mondo che preesiste, e rispetto alla cui esistenza non ha senso il dubbio scettico, perché la sua formulazione è la prova che disponiamo di un linguaggio che ci rende partecipi di un gruppo; e al cui interno stirare camicie o fare filosofia sono attività equivalenti. Stiro ergo sum, il fondamento c’è e a una casalinga epistemica non interessa andare oltre. Contraddire una mamma comporta a vederla difendere il principio di non contraddizione con la pantofola in mano; è empirista prima che agnostica, rinunciate ai paralogismi. Perciò Wittgenstein scrive: “La mia vita mostra che so” (Della certezza, Torino, Einaudi, 1999, § 7). La conoscenza è l’espressione di quanto apprendiamo nella vita, sappiamo ciò che abbiamo imparato. La filosofia è un modo di osservare, guardare. spiare anche dal buco della serratura. Disciplinare la descrizione dell’esperienza, darsi regole non significa costituire una precettistica. Le stesse definizioni che Wittgenstein ha elaborato, quali il gioco linguistico e la forma di vita, mutano di senso a seconda del contesto d’uso in cui vengono adoperate. Non diversamente da una casalinga ha infatti ripulito la filosofia da ogni ambizione fondazionalistica. La filosofia non fonda e non istituisce, mostra il modo in cui il pensiero può articolarsi, ma non cosa deve pensare; è una filosofia del come, non del che cosa. Alle mamme interessano i risultati, non danno un metodo di studio al figlio quando fa i compiti. Si limitano a chiedere il giorno dopo, quanto ti ha dato la maestra? E non è proprio un chiedere, perché la domanda è analitica e sintetica. D’altra parte, le cose si danno immediatamente allo sguardo e ricercare una spiegazione dietro l’apparenza significa compiere un’opera di mistificazione, la ricerca delle cause e dei principi primi è un esercizio come si è detto metafisico. Le mamme indagano, questo sì; ma si limitano ad osservare la forma secondo cui avviciniamo le cose, che appaiono e si presentano per come effettivamente sono. I pantaloni sono rotti e vanno rammendati, il bambino al limte si rimprovera ma raramente mi è capitato di sentire chiedere “com’è successo?” Non c’è progressione nell’intenzione di ricerca, la filosofia fa vedere meglio, nulla di più: “Il mio metodo è quello di rilevare errori nel linguaggio. Sto usando la parola ‘filosofia’ per l’attività di rilevazione di tali errori” (Wittgenstein, Lectures, Cambridge, 1932-1935, pp. 27-28). Veniamo ora al succo del discorso, anzi al frullato che al soggetto casalingo piace di più. La filosofia è un’attività terapeutica e nel concetto di terapia sono presenti l’educazione e le regole. Come quando le mamme dosano il detersivo per il bucato, parimenti ripuliscono “Le parole dal loro uso metafisico al loro uso corretto nel linguaggio” (Filosofia, Roma, Donzelli, 1996, § 88). Come si arrivi a dare una presentazione perspicua dei fatti linguistici, attraverso cui si descrivono quelli antropologici, non è però immediatamente chiaro neanche a Wittgenstein. Se infatti afferma già dal Tractatus che la filosofia deve rischiarare linguisticamente il pensiero e non formulare teorie sul linguaggio, per mostrare che alcune proposizioni filosofiche non sono sostenibili, occorre prima aver puntualizzato come funziona correttamente il linguaggio, e cioè avere elaborato una teoria. E tuttavia proprio l’elaborazione di una teoria del linguaggio è insensata nel momento in cui postula la sua essenza. Wittgenstein risolve il paradosso intendendo la filosofia come un’attività che procede con l’esibizione di esempi di costruzioni semantiche che affidano al lettore il compito di pensare per conto proprio (Filosofia e Ricerche filosofiche). In qualche modo la casalinga costruisce un linguaggio e quello finisce per ordinare il mondo. Un mondo domestico, familiare e pulito; non ragiona in termini metafisici o immaginari. Non costruisce illusioni, afferra piuttosto il desiderio (perché è di quello che parliamo quando pronunciamo la parola filosofia), lo porta dove non possa far danni facendolo esplodere altrove, proprio come fanno gli artificieri. Le illusioni sono metafisica, non come la intendeva Aristotele però. La “meraviglia” con cui comincia il suo Libro è desiderio (ορεγονται) e il desiderio è rivolto alle cose naturali (φυσει). La natura aristotelica è qualcosa di aderente alla vita, al di qua del nomos. Come ho detto sopra, la filosofia non è materia scolastica, ma un naturale disporsi verso le cose prima che alle idee. C’è anche un altro elemento interessante nell’incipit aristotelico, Παντες ανθρωποι, tutti gli uomini, nessuno escluso tendono al sapere, a meravigliarsi, a desiderare. Le mamme lo sanno bene, basta loro un’occhiata sull’epidermide del figlio. Anche nelle illusioni il desiderio è presente e vagamente rimanda a un senso di giustizia e equità. Ma è un desiderio povero, falsamente votato all’educazione, detonato in quel che conta. Non nasce da un bisogno filosofico, ma dalla necessità di ordinare i capricci e gli stropicciamenti della vita. La filosofia non si occupa di capricci e non ama l’ordine pur mettendo in ordine; le mamme non vendono fumo e si arrabbiano anzi se fumiamo. Dove c’è ordine non può esserci meraviglia. Ed è questo il punto: il disordine è necessario alla sua esistenza di domestico filosofico in bigodini, pur tra mille lamentele e la minaccia del battipanni. La camicia stropicciata è la ragione e il senso del suo ragionare con le mani e con la scopa. Non per niente Wittgenstein scriveva che: “Il lavoro filosofico è propriamente … un lavoro su se stessi. Sul proprio modo di vedere. Su come si vedono le cose e su cosa si pretende da esse”. E quello che desidera una casalinga filosofica è una camicia e una vita stirata.

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UOMINI E PROSTITUTE

La parola prostituta priva la donna della sua consistenza umana e giuridica e la mette sul piano delle cose. Allora è facile prevaricare, non sul corpo ma sulla dignità di un altro essere. Il desiderio è appagato e l’uomo per una volta si sente come un Dio.

Cosa compra un uomo quando paga una prostituta? Il piacere o il diritto alla proprietà su un corpo e a trattarlo come una cosa tra le cose? Tra il cliente e la prostituta c’è però un terzo incomodo che disturba il piacere, la coscienza. Ma la pulsione è forte e il desiderio è incontenibile. Si spoglia perciò la donna del nome e nel nome della sua identità politica, morale, sociale. A quel punto non vediamo che la sua funzione o la sua finzione, l’immagine o la sua rappresentazione. Chiamiamo rapporto ciò che è in realtà un’intima relazione. La parola prostituta priva la donna della sua consistenza umana e giuridica e la mette sul piano delle cose. Allora è facile prevaricare, non sul corpo ma sulla dignità di un altro essere, affine prima che difforme. Il desiderio è finalmente appagato e l’uomo per una volta si sente come un Dio; giuridicamente, socialmente e moralmente legittimato dai soldi, che passano da un corpo all’altro, senza nessuna mediazione.

Da IL MANUALE DELLA PROSTITUTA: CONSIGLI, AMENITA’ E FACEZIE SOPRA L’ESERCIZIO DEL MERETRICIO E DEI LUPANARI

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SECONDA STELLA A DESTRA

La presenza di questa assenza è una costante. Ricercare le cause e i principi primi vuol dire focalizzare quel punto esterno come istitutivo e fondante.

In matematica si dice che due punti si uniscono in una linea retta, tre costituiscono un campo piano, a due dimensioni, ma serve un quarto punto per dare luogo a uno spazio tridimensionale, Questo quarto punto deve essere collocato fuori dal perimetro ordinario. Non è una questione banalmente geometrica, si tratta di un profondo ordine generale. Disponiamo il nostro vivere su un foglio privo di spessore mentre quello che dà un senso è un fuori luogo, qualcosa che sta altrove. La presenza di questa assenza è una costante; assume diversi nomi e si pone come la causa ultima delle cose. Ricercare le cause e i principi primi vuol dire focalizzare quel punto esterno come istitutivo e fondante. E’ una funzione non solo degli individui, ma delle comunità; dalle più piccole a quei mostri della civiltà che chiamiamo stati. Ogni comunità si organizza sulla base di un finalismo telelogico. Kant aveva compreso la centralità di quella coordinata esterna alle cose e pur non conoscendola doveva supporla per dare un senso a quel che vedeva. Ma era cauto e sapeva che si trattava di qualcosa di affine alla logica, ma non di logica e meno che mai di conoscenza. Il problema nasce col passaggio dalla logica all’ontologia; al quarto punto viene dato un corpo fisico attraverso un cortocircuito del pensiero. La metafisica, che nulla dice del vivere e non estende il sapere, ma dispone l’assetto delle cose fornendo loro una solidità giuridica; stravolge il campo rendendolo tridimensionale. Non troppo lontano è andato Lacan; non tollerando l’assenza e il vuoto, riempiva lo spazio con qualcosa, e questo qualcosa proprio in quanto cosa doveva anche essere presente o reale. Ed è questo il problema: a quella costante che è assenza e mancanza diamo il nome e il corpo della presenza; il vuoto assume una corposità esasperata, gli stati e i loro ordinamenti adeguano le leggi su qualcosa che non c’è. E nel particolare anche la vita dei singoli individui è abusata da questo al di là della coscienza. Il quarto punto continua ad essere collocato altrove determinando da un non luogo tutte quante le articolazioni dell’esistenza.

Da La vita è una camicia stropicciata (ricettario filosofico), di prossima pubblicazione.

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LA VITA E’ UNA CAMICIA STROPICCIATA

Non c’è progressione nell’intenzione di ricerca, la filosofia fa vedere meglio, nulla di più: “Il mio metodo è quello di rilevare errori nel linguaggio. Sto usando la parola ‘filosofia’ per l’attività di rilevazione di tali errori” (Wittgenstein)

FACCIAMO PULIZIA

Abbiamo un’idea distorta della filosofia, come qualcosa che si esercita nelle aule universitarie e che è di proprietà di un ristretto numero di persone. Niente di più sbagliato, la filosofia non è materia scolastica, ma un naturale disporsi verso le cose, cercando di andare loro incontro, di capirle. Anche nel metodo, il rigore, la logica non mancano negli esercizi quotidiani; come quando una casalinga stira e con abitudine (e l’abitudine è una forma della logica che pone una relazione secondo il prima e il poi) piega le camicie evitando accuratamente di stropicciarle. C’è più filosofia in quelle mani acculturate nella ricerca di un ordine che in tanti libri pieni di parole ma vuoti di sostanza. E c’è anche tanta teologia; la quale mi pare serve appunto a non prendere una brutta piega. Gli adolescenti di norma sono anarchici e vestono stropicciato; a riportare decoro nei costumi con una fondazione delle regole ci pensano le mamme. Stirare equivale a prendere un concetto per renderlo funzionale all’idea che abbiamo del mondo. Talvolta a dimostrare l’esistenza di Dio o la sua immanenza nelle cose. Non sempre siamo coscienti della portata filosofica dei comportamenti ordinari, è vero. Ma nulla toglie a quel che chiamiamo filo-so-fare, che vuol dire l’amore-so-fare; seguendo un filo come in un discorso che non manca di criterio scientifico. Perché anche nei piccoli gesti, nella consuetudine di certi movimenti manuali c’è tanta impensabile episteme, come pure è epistemologia ciò che la madre insegna alla figlia nella normale istruzione giornaliera. Le cose si fanno così, perché è con quel metodo o con quei modi che si ottengono i risultati. E se il risultato è un piatto saporito o una camicia smacchiata tanto meglio; c’è della scienza anche quando si dosa il sale in una pietanza e nella quantità di sbiancante che si versa sull’indumento, e va appresa come qualunque altra disciplina. Naturalmente parliamo di svariati metodi e non di uno solo, come tutto quel che riguarda le esperienze teoretiche prodotte da una necessità pratica. La filosofia non è un insieme di verità di cui entrare in possesso o un metodo stabilito: “Non c’è un metodo della filosofia, ma ci sono metodi; per così dire ci sono differenti terapie” (Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 1999, § 133). Si tratta piuttosto di indagare i modi in cui si presentano le espressioni linguistiche che articolano il mondo, educando a vederlo con perspicuità, disincanto, facendo pulizia. Avete presente quando le mamme chiedono qualcosa? Ebbene la verità già la conoscono, basta loro un’occhiata. Misurano piuttosto il modo col quale vi rapportate al mondo e che per naturale propensione all’idealismo coincide con il loro Io. Questa pluralità dei metodi risponde all’esigenza di rimanere coerenti con quel che si dice. O meglio, di rimanere fedeli alla forma di vita così com’è predisposta nell’ambiente familiare. “Dire, mi meraviglio di questo e di quest’altra cosa ha senso solo se posso immaginarmi che le cose non stiano così … Ma non ha senso dire che mi meraviglio per l’esistenza del mondo, poiché non posso immaginarlo come non esistente” (Sull’etica, in Lezioni e conversazioni sull’etica… Milano, Adelphi, 1976, pp. 1-18, pp. 13-14). Qualcosa di simile a quanto accade con la critica dell’evidenza di alcuni truismi enunciati da G. E. Moore (“esiste un corpo umano che è il corpo”, “questo calamaio è alla sinistra di questa penna”) che Wittgenstein smonta analizzando la grammatica del linguaggio. Una casalinga non dice “hai un corpo sgualcito o sporco” e meno che mai si perde in astruse considerazioni logiche. I pantaloni non sono in terra a destra della lavatrice, vanno messi dentro. Punto.

Si potrebbe dire che il discorso vale anche per tutti i mestieri e non solo quello casalingo; ma proprio non so. L’ambiente domestico mi sembra vero, legato ai nostri bisogni intimi, è lo spazio affettivo, emotivo, conoscitivo nel quale ci muoviamo con libertà di linguaggio; non è il luogo dell’Io, ma l’Io in una sua profonda dilatazione. Tra le grammatiche del quotidiano mi sembra quella più aderente alle nostre necessità epistemiche. Una casalinga che organizza la giornata della famiglia ha riti che sembrano preghiere, risolve sottili questioni teoretiche, mostra un’insolita attitudine matematica, formula giudizi analitici, risolve dubbi, la cucina assorbe gli aromi e gli odori, decora l’ambiente con il suo gusto estetico. I mestieri sono un’altra cosa, la finalità è la produzione e la vendita; nella casa alberga invece il sapere per il sapere. E questo se non ricordo male è uno dei nomi che diamo alla filosofia. Il sapere per il sapere; perché come scriveva Aristotele: “La filosofia non serve a niente; ma proprio perché libera da legami di servitù nessuna scienza le sarà mai superiore”. La filosofia non è serva (quante volte sentiamo la genitrice dire: “Non sono la tua serva”), questo è il punto; i mestieri che producono un reddito sono servili e accomodanti, complici a volte. Non tendono al bene, quasi mai hanno un rapporto con la verità e raramente producono felicità; c’è anche chi ha visto in quelle forme di lavoro alienazione e abbrutimento, autodistruzione. Ma è un’altra storia. Le mamme quando chiedono pretendono risposte, non divagano mai, hanno un metodo e si muovono in un ambiente empirico. “Il metodo corretto della filosofia è propriamente questo: nulla dire se non ciò che può dirsi … Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere. (Tractatus, 6.53-7)”.

La filosofia descrive i modi con cui usiamo parole e proposizioni, poiché è a causa di un loro uso perverso che si sviluppano teoremi incapaci di dare conto della verità. La frase “il mondo non esiste”, o “il mio corpo esiste”, è impropria perché si fonda sul presupposto metafisico dell’esistenza. Parimenti quando diciamo alla mamma “nessuno”, alla sua richiesta di sapere chi era al telefono. Quel “nessuno” manca di soggettività, non è oggettivabile, è qualcosa di manifestamente metafisico, insensato sul piano delle proposizioni ordinarie del vivere quotidiano. Non ha volto ed è irritante. La filosofia deve delineare le condizioni di senso che rendono corretta una certa espressione linguistica. E il senso deve avere un nome (di quella “zoccola”, come appunto dice mamma non potendo indagare oltre).

La prima delle condizioni del filosofare è che noi parliamo in un mondo che preesiste, e rispetto al quale non ha senso il dubbio scettico, perché la sua formulazione è la prova che disponiamo di un linguaggio che ci rende partecipi di un gruppo; e al cui interno stirare camicie o fare filosofia sono attività equivalenti. Stiro ergo sum, il fondamento c’è e a una casalinga epistemica non interessa andare oltre. Contraddire una mamma comporta a vederla difendere il principio di non contraddizione con la pantofola in mano; è empirista prima che agnostica, rinunciate ai paralogismi. Perciò Wittgenstein scrive: “La mia vita mostra che so” (Della certezza, Torino, Einaudi, 1999, § 7). La conoscenza è l’espressione di quanto apprendiamo nella vita, sappiamo ciò che abbiamo imparato. La filosofia è un modo di osservare, guardare. spiare anche dal buco della serratura. Disciplinare la descrizione dell’esperienza, darsi regole non significa costituire una precettistica. Le stesse definizioni che Wittgenstein ha elaborato, quali il gioco linguistico e la forma di vita, mutano di senso a seconda del contesto d’uso in cui vengono adoperate. Non diversamente da una casalinga ha infatti ripulito la filosofia da ogni ambizione fondante. La filosofia non fonda e non istituisce, mostra il modo in cui il pensiero può articolarsi, ma non cosa deve pensare; è una filosofia del come, non del che cosa. Alle mamme interessano i risultati, non danno un metodo di studio al figlio quando fa i compiti. Si limitano a chiedere il giorno dopo, quanto ti ha dato la maestra? E non è proprio un chiedere, perché la domanda è analitica e sintetica. D’altra parte, le cose si propongono immediatamente allo sguardo e ricercare una spiegazione dietro l’apparenza significa compiere un’opera di mistificazione, la ricerca delle cause e dei principi primi è un esercizio come si è detto metafisico. Le mamme indagano, questo sì; ma si limitano ad osservare la forma secondo cui avviciniamo le cose, le quali appaiono e si presentano per come effettivamente sono. I pantaloni sono rotti e vanno rammendati, il bambino al limite si rimprovera ma raramente mi è capitato di sentire chiedere “com’è successo?” Non c’è progressione nell’intenzione di ricerca, la filosofia fa vedere meglio, nulla di più: “Il mio metodo è quello di rilevare errori nel linguaggio. Sto usando la parola ‘filosofia’ per l’attività di rilevazione di tali errori” (Wittgenstein, Lectures, Cambridge, 1932-1935, pp. 27-28).

Veniamo ora al succo del discorso, anzi al frullato che all’animale casalingo piace di più. La filosofia è un’attività terapeutica e nel concetto di terapia sono presenti l’educazione e le regole. Come quando le mamme dosano il detersivo per il bucato, parimenti ripuliscono “Le parole dal loro uso metafisico al loro uso corretto nel linguaggio” (Filosofia, Roma, Donzelli, 1996, § 88). Come si arrivi a dare una presentazione perspicua dei fatti linguistici e antropologici, non è però immediatamente chiaro neanche a Wittgenstein. Se infatti afferma già dal Tractatus che la filosofia deve ripulire linguisticamente il pensiero e non formulare teorie sul linguaggio, per mostrare che alcune proposizioni filosofiche non sono fondate, occorre prima aver puntualizzato come funziona il linguaggio, e cioè avere elaborato una teoria. E tuttavia proprio l’elaborazione di una teoria del linguaggio è insensata nel momento in cui si ipotizza la sua essenza. Wittgenstein risolve il paradosso intendendo la filosofia come un’attività che procede con l’esibizione di esempi di costruzioni semantiche che affidano al lettore il compito di pensare per conto proprio (Filosofia e Ricerche filosofiche).

In qualche modo la casalinga costruisce un linguaggio e quello finisce per ordinare il mondo. Un mondo domestico, familiare e pulito; non ragiona in termini metafisici o immaginari. Non costruisce illusioni, afferra piuttosto il desiderio (perché è di quello che parliamo quando pronunciamo la parola filosofia), lo porta dove non possa far danni facendolo esplodere altrove, proprio come fanno gli artificieri. Le illusioni sono metafisica, non come la intendeva Aristotele però. La “meraviglia” con cui comincia il suo Libro è desiderio (ορεγονται) e il desiderio è rivolto alle cose naturali (φυσει). La natura aristotelica è qualcosa di aderente alla vita, al di qua del nomos. Come ho detto sopra, la filosofia non è materia scolastica, ma un naturale disporsi verso le cose prima che alle idee. C’è anche un altro elemento interessante nell’incipit aristotelico, Παντες ανθρωποι, tutti gli uomini, nessuno escluso tendono al sapere, a meravigliarsi, a desiderare. Le mamme lo sanno bene, basta loro un’occhiata sull’epidermide del figlio. Anche nelle illusioni il desiderio è presente, ma è un desiderio povero, falsamente votato all’educazione, detonato in quel che conta. Non nasce da un bisogno filosofico, ma dalla necessità di ordinare i capricci e gli stropicciamenti della vita. La filosofia non si occupa di capricci e non ama l’ordine pur mettendo in ordine; le mamme non vendono fumo e si arrabbiano anzi se fumiamo. Dove c’è ordine non può esserci meraviglia. Ed è questo il punto: il disordine è necessario alla sua esistenza di domestico filosofico, pur tra mille lamentele e la minaccia del battipanni. La camicia stropicciata è la ragione e il senso del suo ragionare con le mani e con la scopa. Non per niente Wittgenstein scriveva che: “Il lavoro filosofico è propriamente … un lavoro su se stessi. Sul proprio modo di vedere. Su come si vedono le cose e su cosa si pretende da esse”. E quello che desidera una casalinga filosofica è una camicia e una vita stirata.

Di prosssima pubblicazione

MINISTORIA DEL BAGNO E DEI SUOI INDISPENSABILI ACCESSORI

SULL’IGIENE PERSONALE ET I MODI DI NETTARSI

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(da Consigli, amenità e facezie sopra l’esercizio del

meretricio e dei lupanari)

GABINETTO

L’interesse per lo gabinetto et la funzione sua non è affatto recente. Erasmo da Rotterdam ad exempio nel secolo Sedicesimo cogitava sulle funzioni corporali, consigliando di coprire con un colpo di tosse il suono sgradevole di un peto (“Sostituite le scoregge con un colpo di tosse”), et di non salutare nessuno mentre sta urinando o defecando. La storia della stanza da bagno è però antichissima. Già i primitivi portavano i resti organici vicino a qualche fonte di acqua corrente; fu però nelle isole Orkeney, in Scozia, che diecimila anni fa si costruirono le prime tubature idrauliche per portare gli escrementi fuori dalle abitazioni. Et così per la prima volta la gente poteva andare di corpo nelle case, senza la necessità di uscire all’aperto. In Oriente l’igiene era una specie di culto, tanto che dal 3000 a.C. molti edifici avevano lo bagno privato (in Pachistan sono stati trovati bagni pubblici e privati muniti di condotti in terracotta et rubinetti per lo flusso dell’acqua). I più elaborati tra i bagni antichi appartenevano alle famiglie reali del palazzo di Cnosso, a Creta (2000 a.C.). I nobili minoici pare infatti che si dilettassero in vasche riempite et svuotate da condotti in pietra, poi sostituiti da tubi di ceramica. Le tubature trasportavano acqua calda e fredda, mentre lo palazzo era dotato di una latrina con serbatoio (il primo water closet della storia); tale serbatoio era progettato per raccogliere la pioggia et in sua assenza in modo tale da potersi riempire a mano. In Egitto le comodità de lo bagno subirono un notevole miglioramento; nel 1500 a.C. le case degli aristocratici avevano tubature in rame attraversate da acqua calda e fredda, et l’immersione nelle vasche prese un significato quasi religioso. Con la legge mosaica gli ebrei (nel regno di Davide et Salomone furono costruiti nella Palestina complicati impianti idrici pubblici) fecero dell’igiene nientemeno uno dei componenti essentiali della halakah.

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WATER CLOSET CON SCIACQUONE

Questa imprescindibile comodità dell’età moderna era già in uso dalla famiglia reale minoica 3500 anni fa. Dopo una moltitudine di experimenti, fu solo nel 1596 che Sir John Harrington ideò una “perfetta latrina” per la regina Elisabetta, sperando di rientrare nelle grazie sue dopo che era stato espulso da corte per avere fatto circolare dei romanzi volgari. Lo suo gabinetto comprendeva un serbatoio sistemato sopra l’impalcatura, un rubinetto azionato a mano, una valvola che scaricava le lordure in un pozzo nero. Harrington cadde però nella tentatione di un altro libro, che intitolò “The metamorphosis of Aiax”. L’umorismo irriverente dell’opera irritò nuovamente Elisabetta che lo bandì una volta per tutte assieme alla sua inventione. Et così bisogna arrivare al 1775 per trovare lo primo brevetto di Water con sciacquone; ad opera di un matematico et orologiaio britannico Alexander Cumming. Tale congegno differiva dal precedente per una fondamentale innovatione: il modello di Harrington si collegava direttamente al pozzo nero senza che ci fosse un contenitore d’acqua ad evitare il ritorno degli odori (cosa che la stessa Elisabetta lamentava); nel perfezionamento di Cumming lo tubo di scarico si curvava invece sotto la tazza, in modo da tamponare le esalazioni. Benché di innegabile utilità et di semplice applicazione, ci vollero tuttavia ancora vent’anni prima che il W.C. sostituisse lo vaso da notte.

CARTA IGIENICA

La prima carta igienica viene messa in commercio in America nel 1857, da Joseph Gavetty. Il prodotto, che era in pacchi con fogli singoli, non ebbe lo successo sperato. Gli americani sembra infatti che preferissero i ritrovati de la stampa: cataloghi dei grandi magazzini, giornali, opuscoli, foglietti pubblicitari (che tra l’altro fornivano un utile materiale di distratione). Nel 1879 Walter Alcock provò in Inghilterra a lanciare la moda della carta igienica nella forma dei rotoli a strappo, ma la morale vittoriana non accettò di pubblicizzare un accessorio tanto intimo et imbarazzante. Sempre in America nel 1880 due fratelli newyorkesi, Edward e Clarence Scott, riuscirono alla fine ad imporre il prodotto sul mercato (soprattutto ad alberghi et ristoranti che stavano ristrutturando le latrine per accogliere i nuovi water closet con sciacquone). La carta degli Scott, che era al principio marrone, si trasformò presto nella prestigiosa Waldorf Tissue (detta ScotTissue), portando su ogni rotolo la scritta “morbida come l’antico lino”. Le prime pubblicità erano rispettose della sensibilità de lo pubblico, fino a che dopo la prima guerra mondiale non cominciarono a girare messaggi di questo tipo “Hanno una bella casa, ma la loro carta igienica fa male!”.

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SALONI DI BELLEZZA (TERME)

I romani nel II secolo a.C. fecero dei bagni un ritrovo sociale, dotandoli di giardini, negozi, biblioteche, palestre et sale di lectura. Ad exempio nelle terme di Caracalla si praticavano cure per la salute et la bellezza. Ci si poteva cospargere di oli e abbandonarsi ai maxaggi; godere di bagni caldi, tiepidi o freddi; depurarsi con la sauna; curare i capelli; fare ginnastica nella palestra. Era anche possibile acquistare profumi e cosmetici, dedicarsi alla lectura o ascoltare conferenze, mentre in un’altra sala gli schiavi servivano il cibo et versavano lo vino. Anche se dal principio uomini et donne frequentavano terme separate, in seguito si diffuse la moda dei bagni misti. Tale abitudine continuò per qualche tempo anche dopo l’editto di Costantino (dal principio i bagni non avevano quel carattere promiscuo che presero invece con l’età rinascimentale, quando la parola “bagno” cominciò a significare tanto il bagno quanto lo bordello), finché la nuova religione cristiana non iniziò ad imporre la politica sua (nel 500 d.C. la moda delle terme era oramai decaduta).

SALVIETTE DI CARTA

Uno sbaglio di produzione del 1907 in una fabbrica, portò alla inventione delle prime salviette di carta a strappo. La carta igienica degli Scott proveniva da una cartiera et arrivava nei rotoli, che poi venivano tagliati e ridotti in pacchi formato bagno. Accadde una volta che una partita fosse difettata; poiché il prodotto non era buono per essere usato come carta igienica, uno degli Scott ebbe l’idea di farne delle salviette. Messi in commercio nel 1907, i primi fazzoletti usa et getta erano chiamati Sany-Towel.

RASOIO

Gli uomini si rasavano lo viso già ventimila anni fa servendosi di conchiglie et pietre di selce affilate. Tali strumenti furono perfezionati con l’intervento del ferro et del bronzo. Egizi, greci e romani si radevano quotidianamente (fu il termine romano “barba” a dare origine alla parola “barbiere”). Nelle americhe gli indiani usavano strapparsi i peli della barba uno a uno, utilizzando gusci di molluschi bivalvi come pinzette. Le donne per lungo tempo si sono invece servite della fiamma della candela, sostituita (dopo una serie di attrezzi parimenti dolorosi e abrasivi) nel secolo XIX dal moderno rasoio. Nella nostra cultura lo pelo è stato in generale bandito dalla parti visibili della femmina, eccetto sulla testa, nelle ciglia e nelle sopracciglia (vedi ad exempio H. Bazin, La mort du petit cheval) come surrogato di quella zona che Sigmund Freud chiama il “continente nero”. Ma sull’argomento gli storici dello pelo non sempre concordano nello giudizio, essendoci taluni che chiedono alle compagne loro non solo di fare bella mostra di gambe et ascelle virili, ma di ornarsi abbondantemente le pudende con le zolle di Venere (come puoi leggere nel libro Je suis renvoyé, di Marcel Ayme). Anche tu pertanto, amica mia, potrai secondo lo gusto tuo et lo piacere de lo cliente imbellettarti in quella parte di cui non è lecito dire, a conditione però che il pectiniculus non sia di impedimento al coito. Come è detto in quell’aneddoto che mi fu narrato personalmente da un gentiluomo di cui non faccio lo nome

“Il quale, intanto che si stava con una dama bellissima e di qualità, e le menava stoccate rudi, si sentì a un tratto pungere così forte nei genitali, ch’ebbe mille difficoltà a portare il suo lavoro a compimento. Ma, com’ebbe finalmente terminato, volle tastare il luogo puntuto: e scoprì che costei aveva tutt’intorno alla sua vulva una corona di petali talmente lunghi, ispidi e pungenti, che avrebbero potuto servire a qualche scarpaio in luogo di setole.”

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DENTIFRICIO

Lo dentifricio fu inventato in Egitto 4000 anni fa. Fortemente abrasivo, era realizzato in pietra pomice polverizzata et mischiata all’aceto di vino; la mistura veniva poi passata sui denti con un bastoncino da masticare. Per quanto rustico, lo dentifricio egiziano era certamente più gradevole di quello romano che era fatto di urina umana (nella forma liquida veniva anche usata come collutorio). Le donne romane altolocate pagavano fior di sesterzi per l’urina portoghese, dato che era ritenuta la più forte di tutto lo continente. Il piscio, come elemento delle paste dentifricie e dei risciacqui orali, continuò ad essere usato anche nel secolo XVIII. La caduta dell’Impero romano comportò invece l’arresto delle cure alla bocca. Per cinquecento anni le persone anestetizzarono le sofferenze con intrugli caserecci et extrazioni improvvisate. Gli scritti del persiano Rhazes, nel decimo secolo, segnarono il ritorno dell’igiene dentale; egli fu infatti lo primo medico a raccomandare l’otturazione delle cavità. Allo scopo utilizzava un impasto simile alla colla, composto di allume (ammoniaca e ferro) et lentischio, una resina extratta da una pianta della famiglia del mogano. Benché la sostanza per l’otturazione fosse valida, trapanare una carie richiedeva comunque l’abilità del medico, un’attrezzatura adeguata et un coraggio grandissimo da parte de lo paziente. Il principale problema dei trapani era la rotazione, che era manuale, lenta et dolorosa. Il primo trapano meccanico è del XVIII secolo (munito di un meccanismo rotatorio interno); seguì quello a pedale che aveva però l’inconveniente di surriscaldarsi nella rotazione.

SULLA BIANCHEZZA DEI DENTI

In Europa bisogna aspettare lo secolo quattordicesimo per la rinascita dell’igiene dentale. Nel 1308 i barbieri-chirurghi si unirono in corporazioni; oltre alle estrazioni si adoperavano nello sbiancare i denti (ma anche nel fare la barba, tagliare i capelli et praticare lo salasso). L’operazione consisteva in una limatura dello smalto et in un tampone di acquaforte a base di acido nitrico. Si può immaginare, dopo un simile trattamento corrosivo, quanto dovesse proliferare il marciume della bocca. La pulizia con l’acido continuò fino al XVIII secolo, seminando carie e dolori insopportabili tra la gente.

Per quanto riguarda il fluoro, le cose stanno così: nel 1802, nel napoletano, alcuni dentisti osservarono delle macchie scure sui denti dei pazienti; scoprirono che le macchie erano originate da una interazione tra lo smalto e la quantità di fluoro contenuta nell’acqua della zona. Solo decenni dopo fu chiaro che i denti macchiati erano per quanto sgradevoli privi di carie. Presero allora moda le caramelle a base di fluoro, addolcite con miele, mentre i dentifrici vennero arricchiti dello prezioso minerale.

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DENTIERE

Gli etruschi sono stati i più abili dentisti de lo mondo antico. Estraevano i denti cariati et li scambiavano con dentiere complete o parziali, in cui ogni dente era intagliato nell’avorio o nell’osso, mentre i ponti venivano fatti in oro. Quando una persona delle classi alte moriva, i denti buoni venivano asportati per essere incastonati sulle dentiere. La scientia di questo popolo nel campo dell’odontoiatria non è stata eguagliata fino al secolo XIX. Senza tenere conto della lectione etrusca, i dentisti medioevali insegnavano infatti che le carie erano provocate da vermi dei denti che scavavano per uscire; et era costume tra i ricchi di acquistare i denti buoni dai poveri, che venivano fissati su finte gengive in avorio. Queste dentiere erano agganciate alle gengive con dei fori praticati ne la carne; altre volte ci si serviva di molle per fissare l’arcata superiore, ma erano tanto robuste che bisognava fare una pressione continua per riuscire a chiudere la bocca. L’aspetto delle dentiere diventa più naturale con la Rivoluzione Francese, dato che i dentisti parigini realizzavano i denti in porcellana; in America tale abitudine venne adottata da Claudius Ash, che deplorava la moda di raccogliere i denti sui campi di battaglia. Mentre la porcellana migliorava l’aspetto dei denti finti, la gomma vulcanizzata (perfezionata a fine ‘800) aprì la strada alla prima base comoda su cui inserire la dentatura. Gli interventi furono un decennio dopo perfezionati con la scoperta dell’anestetico (protossido d’azoto).

 

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Da Consigli, amenità e facezie sopra l’esercizio del meretricio e dei lupanari 

LE FAVOLE E ROLAND BARTHES

NONNA, MA CHE BOCCA GRANDE HAI

copertina biancaneve 8

 

Nelle favole avviene qualcosa di simile al sogno; si
affievolisce la distanza tra ciò che è buono o cattivo,
giusto e sbagliato, la scena si carica di significati
radicali e il discorso si svuota di un ordine e del
senso. Sono fenomeni complessi dal punto di vista
della narrazione. Cappuccetto non è impaurita dal
lupo, si lascia anzi avvicinare. Cosa improponibile nel
linguaggio quotidiano, ma che sembra essere la
norma nella narrazione fiabesca; si fida del lupo
cattivo (o del gatto e la volpe, o ancora della matrigna
e della strega). Ed è interessante comprendere come
una bimba ritenuta responsabile al punto da
percorrere in solitudine un tratto nel bosco, possa
rivelarsi tanto sprovveduta. Barthes spiega così
l’assurdità di questo comportamento. Individua due
piani del senso: quello informativo (proprio della
comunicazione) e quello simbolico (della
significazione). Rinviene però anche un altro senso, la
“significanza” che è di difficile integrazione
nell’ordine della storia. Scrive che il senso del
simbolico è intenzionale, evidente, senza ombre
(“senso ovvio”, da “obvius”, ciò che viene incontro),
mentre quello della significanza è ostinato,
inafferrabile e impronunciabile (“senso ottuso”, da
“obtusus”, che significa smussato, arrotondato, liscio
e perciò complicato da afferrare). Con questo
elemento Barthes intende rivalutare le facoltà delle
immagini di rimandare a un senso avulso agli altri
sensi esprimibili con le parole. L’ottuso/lupo cattivo
non è intenzionale, non ha un significato, non
appartiene alla lingua (“Il senso ottuso è un
significante senza significato”); non è solo l’oggetto
dell’ottusità, ma è l’Io stesso a diventare ottuso. Ed è
per questo che il cattivo delle favole non terrorizza da
subito le vittime, le avvicina. Il suo modo di
raccontare e raffigurare è quello della significanza
che non ha l’impudenza della significazione, la sua
oscenità. L’ottuso è riservato e discreto, percettibile
appena. Si traveste. Esorta a uscire dalla scena,
piuttosto che a disturbarla, divora la protagonista; si
comporta come il sublime dell’Analitica che invita
l’incappucciata a seguirlo altrove. Il cattivo delle
favole ha un suo fascino, piace più che terrorizzare.
Biancaneve mangia la mela, Pinocchio segue
Lucignolo/Lucifero nelle scorribande e Cappuccetto
si lascia ingannare dal lupo. La narrazione
comincia con “c’era una volta” e termina con “e
vissero felici e contenti”, sta stretta ai personaggi
delle favole; il cattivo smussa appunto gli angoli della
storia, la rende digeribile. Le sens obtus è ostinato e
sfuggente, calmo ma irritabile; seduce, rapisce,
divora. Per figurazione l’ottuso rimanda
all’arrotondamento, all’addolcimento della
significanza rispetto alla significazione. I cattivi delle
favole si travestono, dimostrano una maggiore
duttilità a trasformarsi nel contesto della narrazione.
Il lupo cattivo è lo smussamento di ciò che è
spigoloso, di definito nel racconto, fastidioso tanto è
attuale; l’addolcimento di un senso troppo chiaro e
troppo presente. Ma è anche ciò che sfugge alla presa.
Mette fuori posto, colloca altrove. “Nonna ma che
bocca grande che hai”, fa dire l’ostinazione di
Cappuccetto; e lo stupore è qualcosa che passa in
secondo piano e quasi non si percepisce nella favola
dei Grimm. L’arrotondamento comporta la difficoltà
di afferrare, come ciò che non si lascia com-prendere;
l’angolo ottuso, a differenza di quello retto che
richiama alla simmetria e all’identità, può variare, si
muove, è instabile, deforme, grottesco. Com’è
appunto il lupo vestito con gli abiti della nonna. Sul
piano dello scorrimento della storia, comporta che
esso esprima quello che non fa parte della linearità
del racconto, ma la sua discontinuità e la sua
frattura. Il senso ottuso è proprio della significanza
che scaturisce dall’identità, dall’integrità della
significazione. E’ una specie di sporgenza più che un
altro senso (“Nonna ma che piedi grandi, nonna ma
che mani grandi, nonna ma che bocca grande che
hai”), un contenuto che eccede al senso dell’ovvio.
L’ovvio della significazione e l’ordine del discorso
vengono frammentati da questa inclinazione al
diverso della significanza. Il senso dell’ottuso è
improduttivo; come un significante svuotato di
significato, rimane sterile. Il lupo divora la scena,
accentra l’attenzione del lettore prima ancora che
sulla fanciulla o la nonna. Non rappresenta e non
comunica niente oltre se stesso. L’ottuso irrompe
come qualcosa di innaturale, aberrante, che non ha
una finalità. Questo Altro privo di volto sopraggiunge
senza nessuna strategia, alterità o intenzionalità. Si
presenta nella forma di un grottesco che manca di
rimandi, come ciò che ha un senso in sé, che butta
l’occhio, rispetto al quale l’Io si pone in una relazione
di non-indifferenza. Sta in un angolo, guarda la
giovinetta col cesto di focacce, la turba, le prende la
mano e se la porta via. Freud vedeva un fenomeno
analogo all’ottuso nel disgusto e lo metteva in
relazione con l’isteria. Il disgusto è la risposta isterica
di fronte al corpo concentrato nel solo piacere,
riconoscendo in esso i caratteri che sono propri del
fuori scena; una reazione al disordine che nel corpo
diventa nausea o vomito bulimico (in quanto
eccedenza della significazione). La presenza di un
piacere rimosso che non si può soggettivare e che
comporta la riduzione del corpo a oggetto. E quando
il corpo è ridotto alla sola carne compare il dégout,
un malessere che esprime il disagio del soggetto
nell’assumersi la responsabilità del piacere nel
proprio corpo. Il lupo cattivo vuole il corpo di
Cappuccetto, desidera mangiarlo. La fame d’amore,
o la sua eccedenza bulimica che si trasforma in
rabbia e disgusto, fa dire all’incappucciata: “Che
paura ho avuto! Era così buio nella pancia del
lupo!” . La pancia appunto, la fame bulimica, perché
la funzione del cattivo nella storia è quella di
mangiare, e davvero non gli basta mai. Alla fine del
racconto l’ottuso/lupo esce di scena, il cacciatore gli
squarcia la pancia, eviscera la nonna e la nipotina. In
questa fenomenologia il corpo racconta la sua alterità
rispetto all’ordine delle cose e del discorso. È il corpo
segnato da qualcos’altro (la fame, il desiderio,
l’acquolina in bocca) a far implodere l’equilibrio su
cui si sostiene. I limiti del corpo sono i limiti del
lingua. L’ottusità del quadrupede fa perdere al corpo
l’ordine e alla lingua la struttura. Fa perdere la testa
a Cappuccetto, al punto da seguire nel bosco il lupo
cattivo che sopraggiunge a portarla via.

NEL FORMATO CARTACEO e DIGITALE