Aveva la coscienza pulita: mai usata…

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La parola perversione viene dal latino perversum e richiama a uno stravolgimento non tanto delle regole ma del senso comune o del comune sentire. La società si dà le norme, anche nel campo sessuale e l’individuo si adegua. L’adeguamento è immediato prima ancora che mediato dalla legge, che pure vigila con gli apparati medici piuttosto che con quelli giuridici. E tuttavia come si dice fatta la legge trovato l’inganno, perché il piacere è anarchico e dove ci sono le regole il desiderio esplode o implode a seconda dell’educazione che il singolo ha ricevuto. Quando implode abbiamo tecnicamente una perversione; se il fenomeno diventa sociale il rischio concreto è la rivoluzione. L’apparato medico dello Stato si mette all’opera e diagnostica una perversione di massa. Come ha fatto Massimo Recalcati rinvenendo una nevrosi tra coloro che hanno votato “no” a una consultazione popolare (19 milioni di degenerati). La politica perversa diagnostica la perversione nel dissenso e tutto finisce a tarallucci e vino. Le cose però cambiano, i costumi pure, l’omosessualità non è più una deviazione neanche per il DSM e quelli che erano atti fuorvianti dalle regole vengono assorbiti dalle regole stesse. L’industria del sesso non da oggi ha dato una risposta a tali bisogni e l’intimo, quella che una volta era l’intimità ha finito per riempire gli scaffali dei supermercati. E non solo… (Da Consigli, amenità e facezie sopra l’esercizio del meretricio e dei lupanari.)

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FILOSOFIA E CARTA IGIENICA

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Tutto comincia da là, cercando il principio di quel rotolo di carta che sembra non trovarsi mai. Capita nei momenti del bisogno, ed è un’esperienza devastante sul piano emotivo, imbarazzante su quello sociale, incomprensibile su quello intellettuale. Perché se tutto ha una fine, ogni cosa deve pure avere un inizio, L’archè (ἀρχή), l’origine e il principio non è solo una metafora dell’universo, è la concentrazione dell’assoluto nel rotolo di cellulosa. Le mani lo afferrano, lo rigirano, imprecano a volte alla ricerca di quel primo strappo che sfugge alle leggi della logica e della fisica. E’ difficile non andare oltre nell’indagine; l’infinito si mostra nella sua essenza come qualcosa di reale: il principio deve esserci per anapodittica certezza. Il concetto di ápeiron (ἄπειρον) come illimitato e indefinito si genera proprio da quella inaccettabile mancanza, dove non c’è inizio non può esserci fine. Nella filosofia pratica le cose funzionano in maniera diversa e il tempo come il passaggio tra il prima e il poi ha ancora un senso; le mani sono poco propense al nulla e non concepiscono il vuoto. L’indeterminato è una bella idea aristocratica che non tiene però conto dei bisogni reali; il primo dei quali è di trovare l’origine delle cose, foss’anche di un rotolo di carta. La filosofia pratica precede quella teoretica, ed è evidente la ragione; le mani comprendono quello che utile e il resto sono solo parole. Anassimandro da quel luogo intimo del pensiero è andato anche oltre, ipotizzando che nell’ápeiron le cose fossero tutte quante unite in armonia, senza appunto contrari, principio e fine. Ed è questo il problema: il rotolo si mostra privo di un limite nonostante la sua fisicità. Ma è un approccio intellettuale il suo; i bisogni del corpo chiedono invece altro, una fondazione, un punto fermo da cui cominciare. Strappo dopo strappo, misurando il tempo e lo spazio fino all’ultimo rimando. Perché la carta igienica è come la vita, può anche essere a due veli, morbida o ruvida ma prima o poi finisce e lo sappiamo. Quel che rimane lo chiamano anima, per altri è solo il cilindro che non permette alla carta di deformarsi. Un uomo può anche fantasticare sulla bellezza di quel vuoto che dà consistenza al rotolo, ma la sostanza continua ad essere la carta. E quella è una verità che si capisce appunto nel momento del bisogno.

MI FAI MORIRE DAL RIDERE

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Gli innamorati si avvicinano con la parola e il discorso d’amore non è mai vuoto in quanto nella parola scorre il desiderio; tuttavia c’è un altro fenomeno sempre presente nelle relazioni amorose, la risata. Lacan ha affrontato marginalmente la questione (rileggendo Marx, in relazione all’umorismo del capitalista, collocava il riso tra plusvalore e plusgodere, definendolo con il neologismo Marxlust. La risata come maschera o distrazione rimanda al significato del potere attraverso un meccanismo che preserva la vita privata a detrimento di quella pubblica; provoca un cortocircuito nel senso, un’assenza di significato come rimando al reale) perché le sue intenzioni primarie sono dirette ad ordinare uno scenario che confermi la presenza come fondo sostanziale. Il riso non è il motto di spirito di Freud e non serve solo per una scarica pulsionale; nasce e si risolve piuttosto nella manque-à-être, rimane nelle fenditure del significato dando accesso non tanto all’Altro grande, ma risolvendo l’ordine nella mancanza. Che questa assenza nel discorso sia significativa si vede dal piacere che muove a soddisfare un bisogno primario. Il riso porta oltre il campo della relazione in quanto trabocca dal discorso e richiama all’assenza di un fondamento nella parola. Come una traccia che segna in profondità il linguaggio. Bataille ha inquadrato il problema sul piano antropologico. Descrive la risata come una forma embrionale di sacrificio, qualcosa di sacro in cui le forze distruttrici della dépense sono in azione. Ridendo di qualcuno lo dissacriamo, strappandolo dall’ordine abituale lo svuotiamo di senso per consegnarlo al nulla. Lo prendiamo in giro, girandogli appunto intorno senza centrare la verità. La relazione amorosa non è un luogo nel quale trovare la verità, non si tratta di ordinare i termini nella presenza (o nell’identità), pur spostata nel simbolico o nell’immaginario, ma nel vuoto dell’essere e nella privazione di un’identità. L’amore disturba, disorganizza, scioglie e non unisce l’Io e l’altro col linguaggio dell’Altro; si presenta piuttosto nel sopraggiungere di un elemento perturbante e disorientante. La risata sacrifica l’altro, non lo conferma: “Il riso comune … è indubbiamente la forma insolente di un simile imbroglio; non è chi ride a essere colpito dal riso, ma uno dei suoi simili quantunque senza eccesso di crudeltà. Le forze che lavorano alla nostra distruzione trovano in noi complicità così felici – e talvolta così violente – che non ci è possibile allontanarci da esse semplicemente perché lì ci porta l’interesse … Certamente questa parola, sacrificio, significa che alcuni uomini, per loro volontà, fanno entrare alcuni beni in una regione pericolosa, in cui infieriscono forze distruttrici. Così sacrifichiamo colui di cui ridiamo, abbandonandolo senz’angoscia alcuna a una decadenza che ci sembra lieve” (Bataille). Non sempre “dove si parla si gode” (Lacan, Sem. XX). Il piacere amplia e dilata la scena amorosa, la prolunga per conservarla nel tempo. Per Lacan il campo della parola è il campo possibile di ogni relazione, del simbolico e dipende da ciò che accade nel linguaggio. Il campo del godimento è quello della pulsione, oltresimbolico, eterogeneo a quello della parola. La materia della pulsione non è quella della parola; è fatta di un composto simbolico, mentre la pulsione ha una natura erogena. Il problema della psicoanalisi consiste nel verificare in che modo la funzione simbolica della parola possa modificare l’economia della pulsione. Con una certa autocritica Lacan dice che là dove prima pensava si comunicasse e si muovesse il senso, in realtà si trova il godimento. Il linguaggio è invaso dal godimento: quando si parla qualcosa gode. Lacan imbastardisce il rapporto tra la parola e la pulsione come se la pulsione interferisse con la funzione della parola. Non solo si parla per essere ascoltati; la parola necessita di essere riconosciuta e a un tempo fa anche da veicolo a quello strano godimento che è il godimento della parola stessa, il piacere del parlare. E tuttavia la lingua langue, mentre costruisce un flusso di fonemi rimanda a un venir meno, si indebolisce nell’incedere delle parole; non è solo un pieno di voce ma è composta anche da silenzi, pause, modulazioni, assenze. Quando langue non si verifica una stasi nel desiderio che continua comunque a defluire. Tra gli innamorati in particolare, prima si distorce, poi si carica di nonsense, i neologismi si contraggono in monosillabi incomprensibili, infine interviene la risata e in essa il sacrificio di un ordine nella lingua.

FRAMMENTI 3D

Non è un fenomeno marginale, il riso che subentra alla lingua serve a riempire connotandolo di un senso il vuoto delle parole. E così quella che era la dépense, ciò che non serve a nulla si presenta come la “parte maledetta per eccellenza” (potlach), qualcosa di sostanziale che serve a dare continuità al discorso. Per quanto l’uomo neghi la natura, essa ricompare nelle deiezioni, in un gesto che non è solo negazione dialettica, perché nella risata i termini non sono superati come nell’Aufhebung hegeliana. Non si tratta di un superamento, ma di una trasformazione. La “parte maledetta” consegna l’altro ad una natura sconosciuta all’indagine concettuale, il piacere è subordinato e consegue. Il riso, se è di difficile integrazione nella teoria psicoanalitica (se non come motto di spirito), lo è ancora di più nell’indagine filosofica. Pone di fronte all’estrema corruzione del linguaggio e del pensiero, va al di là dell’inconscio, trascina nel luogo in cui si apre una ferita che non può rimarginarsi. Apre uno spazio sconosciuto in cui si respira qualcosa di nuovo, il desiderio non dell’Altro, ma di un oltre. La risata è il momento in cui la conoscenza si arresta di fronte all’esperienza di ciò che è essenziale e che Nietzsche ha raccontato come il grido angosciato di una soggettività felice. Bataille ha maturato la consapevolezza di un’incapacità nel dire l’impossibile, l’estremo, connotando positivamente lo svuotamento dell’Io. La “parte maledetta” rivela che nella natura sia presente un eccesso di energia non canalizzabile. Sempre secondo Bataille l’uomo è dotato di un’energia eccedente; questa “parte maledetta” deve defluire attraverso la nutrizione, la riproduzione, la morte. La risata consente un primo e attuale sacrificio dell’eccedenza, non come appagamento della libido ma in quanto usura e straniamento dall’Io, che è una radicale inesorabile erosione della vita. A un tempo si rivela però anche come una specie di riassorbimento, qualcosa che nasce da quanto c’è di indigesto nel linguaggio, rendendolo assimilabile. E’ una voce che parla dall’infinito prima che dall’inconscio. Più che Freud o Lacan è stato Nietzsche a dare una disincantata spiegazione della risata, in quanto terapia contro la veste restrittiva della moralità logica; una retrocessione dalla ragione così come scorre nel discorso. L’amore -ed è questo il punto- irrompe come una dolce morte che traccia ridendo qualcosa di infinito.

Frammenti di un monologo amoroso

 

QUELLO CHE LE DONNE NON DICONO

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Più che altrove, è nel discorso amoroso che il corpo sembra perdere l’anatomia, gli organi, il nome, l’ordine, la forma. Da presenza diventa assenza, da identità differenza. Lo svuotamento consente di avvicinare l’altro, di riempire di vuoto un altro corpo parimenti assente. L’innamoramento provoca uno squilibrio dell’Io e la degenerazione del corpo. La frantumazione del corpo è però qualcosa di fecondo e produttivo; è una forma di dissimulazione prima che di dissacrazione: “Sento sgretolarsi il terreno sotto il mio pensiero e sono portato a considerare i termini che adopero senza l’appoggio del loro senso intrinseco, del loro substratum personale. Meglio ancora, il punto che sembra collegare questo substratum alla mia vita mi diventa di colpo stranamante sensibile e virtuale” (Artaud, 1966). Il pensiero si frammenta, perde di consistenza, si sgretola in una sottrazione semantica e dà luogo a un’erosione profonda dell’Io, non più in grado di controllare ciò che dice o pensa. Il linguaggio inteso come struttura organizzante è fuorviante, non appartiene al soggetto ma cospira comunque alle sue funzioni. Si presenta come la dilatazione di un corpo sotto dittatura o dettatura, dominato da una mancanza radicale. E’ il vuoto che diventa parola, non l’essere che manca a se stesso. La frattura è assoluta, diventa la regola nel discorso amoroso e l’inconcliabilità tra i corpi rimane abissale. La rivolta della carne si presenta nel corpo senza organi, mentre il desiderio scorre per le fenditure cercando di colmarla: il desiderio si ritrova in questa trazione, ed è come una domanda che cerca la risposta nel corpo dell’altro.

FRAMMENTI DI

Nella donna la domanda si avverte come silenzio, in quello che non dice, nel lasciarsi perpetuare come soggetto d’amore più che penetrare. Come una mancanza che genera un eccesso di pienezza, prima che la fame prenda nuovamente il sopravvento. Per un istante la simulazione diventa assimilazione e il senso della sazietà identità. La frattura che separa un corpo dall’altro racconta qualcosa che il soggetto non riesce a sopportare. E’ l’essere che il desiderio cerca e vuole, imbattendosi in una privazione ontologica. Non il reale o l’identità, perché sono presenti da sempre; premono e esondano dal corpo come un piacere in eccesso che i significati dell’Io non riescono ad arginare.

Da Frammenti

SONO APPARSO A PAOLO BROSIO

Sono apparso a Paolo Brosio. Ieri notte. Dopo lo stupore, perché non ho i caratteri della Beata, mi ha preso comunque le mani. Commosso come ero io alla prima comunione. Ha mormorato qualcosa con quella vocina stridula, ma non so bene. Un’apparizione è pur sempre un’apparizione, gli iiconoclasti non possono capire. E lo so che la notte dovrei dormire invece di andare per sogni altrui. Ma mi piace Paolo Brosio e ogni tanto gli appaio.

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SECONDA STELLA A DESTRA

In matematica si dice che due punti si uniscono in una linea retta, tre costituiscono un campo piano, a due dimensioni, ma serve un quarto punto per dare luogo a uno spazio tridimensionale, Questo quarto punto deve essere collocato fuori dal perimetro ordinario. Non è una questione banalmente geometrica, si tratta di un profondo ordine generale. Disponiamo il nostro vivere su un foglio privo di spessore mentre quello che dà un senso è un fuori luogo, qualcosa che sta altrove. La presenza di questa assenza è una costante; assume diversi nomi e si pone come la causa ultima delle cose. Ricercare le cause e i principi primi vuol dire focalizzare quel punto esterno come istitutivo e fondante. E’ una funzione non solo degli individui, ma delle comunità; dalle più piccole a quei mostri della civiltà che chiamiamo Stati. Ogni comunità si organizza sulla base di un finalismo telelogico. Kant aveva compreso la centralità di quella coordinata esterna alle cose e pur non conoscendola doveva supporla per dare un senso a quel che vedeva. Ma era cauto e sapeva che si trattava di qualcosa di affine alla logica, ma non di logica e meno che mai di conoscenza. Il problema nasce col passaggio dalla logica all’ontologia; al quarto punto viene dato un corpo fisico attraverso un cortocircuito del pensiero. La metafisica, che nulla dice del vivere e non estende il sapere, ma dispone l’assetto delle cose fornendo loro una solidità giuridica; stravolge il campo rendendolo tridimensionale. Non troppo lontano è andato Lacan; non tollerando l’assenza e il vuoto, riempiva lo spazio con qualcosa, e questo qualcosa proprio in quanto cosa doveva anche essere presente o reale. Ed è questo il problema: a quella costante che è assenza e mancanza diamo il nome e il corpo della presenza; il vuoto assume una corposità esasperata, gli Stati e i loro ordinamenti adeguano le leggi su qualcosa che non c’è. E nel particolare anche la vita dei singoli individui è abusata da questo al di là della coscienza. Il quarto punto continua ad essere collocato altrove determinando da un non luogo tutte quante le articolazioni dell’esistenza.

IN BOCCA AL LUPO 

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L’antifrasi “in bocca al lupo” si perde nel tempo, ed è praticamente assente nella favola. Difficile che uno scrittore, per quanto moralmente scoordinato, potesse far pronunciare alla mamma di Cappuccetto Rosso quelle parole, che a tutto richiamano meno che al buon auspicio. Ai bambini è meglio parlare chiaro e con gli adulti è meglio a volte non parlare. La lingua fornisce l’immagine del mondo e le parole delle cose, crea abitudini, relazioni, luoghi comuni. Nei luoghi comuni c’è qualcosa di simile alla verità, ma non la verità; qualcuno però crede a quel che sente e vede e allora cominciano i problemi. Un amico (una carogna, a dire il vero) mi diceva: Sei simpatico come un dito nel culo, ma conosceva la mia propensione al disincanto e un certo gusto per le sfumature semantiche. Ma il rischio c’è e dunque evitiamo. L’assenza d’ironia caratterizza fortemente la favola; la tragedia è sempre presente per quanto edulcorata come “e vissero felici e contenti”. Già i Greci distinguevano l’ironia dall’antifrasi in quanto mancante di una particolare intonazione (choris hypokriseos) che delinea appunto l’intenzione. Ai bambini si insegna a rispondere in un certo modo a una certo stimolo, gli adulti l’hanno già imparato praticando la verosimiglianza più della verità. Non c’è motivo di dire a un bimbo: in culo alla balena ed è pericoloso spingervi un adulto. Il vedere, che eccita la fantasia e produce le immagini appartiene alle categorie grammaticali, lo sanno bene i costruttori di favole. Un politico cacciaballe amava dire che bisogna parlare all’elettorato come a un bambino di cinque anni; credo alludesse al fatto che le storie (le sue e di quelli che l’avevano preceduto) irrigidiscono la lingua tanto da alimentare la credulità popolare. Non per niente i politici (a cui tutto si può contestare tranne la lungimiranza nel profondere una rudimentale grezza visione del mondo) sono generi a parte, generi elementari. Wittgenstein appuntava qualcosa di simile: E’ possibile che esistano uomini privi della facoltà di vedere qualcosa come qualcosa, [questa cosa la] chiamiamo cecità per aspetto; R.F. parte II, pag.280. Secondo un luogo comune se ti tocchi diventi cieco (e chissà se è vero), ma pure le favole hanno contribuito alla presbiopia.


(Da Per me Biancaneve… Tutto quello che non vi dicono sulle favole)

SENSO ORALE

Il non finire mai è il carattere delle cose. Cambiano, perdono di senso ma solo per acquisirne un altro, si rinnovano e non smettono di esistere; finisce un senso e ne comincia un altro. Decontestualizzare mi sembra la parola corretta; la decontestualizzazione non è la distruzione della cosa, ma lo spostamento in un altro luogo. Nello spostamento non c’è una perdita di senso, piuttosto la sua trasformazione.

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La vita intima della cosa (ciò che la qualifica nella funzione) non è nell’uso-per dato dalla mano (Das Wesen der Hand, come Vorhandenheit e Zuhandenheit). Nello spostamento le mani compongono e dispongono, a volte indispongono. La scomposizione è il fenomeno più radicale dello spostamento. Stai composto, quante volte lo abbiamo sentito dire? E puntuale arrivava la sberla, la mano appunto che riordinava contestualizzando il corpo del bambino in uno spazio comune. Per le mamme voleva dire: riordina, ogni cosa deve stare al suo posto. Il rafforzativo confermava la regola: ri-, ordina nuovamente; la ripetizione è già un imperativo. Ma i bimbi sono disordinati e disinvolti per una naturale avversione alle regole, anarchici con le imposizioni, ostinati con le prescrizioni; e infatti si indispongono, scompongono e rompono gli oggetti. Oltre naturalmente gli impronunciabili. Cercano un senso al di là di quello già dato, perché alla curiosità dell’infanzia l’impronta dei grandi davvero non basta. Scomporre vuol dire non tanto dividere una cosa, ma metterla fuori posto, fuori dall’ordine a cui le mani l’hanno abituata. Le abitudini diventano prima regole e poi leggi, non è un argomento da sottovalutare; e infatti i fanciulli non lo sottovalutano affatto. Assimilano il Begriff, la struttura intellettuale che rileva (Aufhebend) l’afferrare, begreifen, il comprendere prendendo, padroneggiando e manipolando le cose. Ma ne diffidano fortemente. La mano di Heidegger, che si muove con la callidità del linguaggio è ciò che organizza gli oggetti secondo un ordine. La sua è però una mano adulta, intellettualmente educata a ricomporre il tempo (perché di quello si tratta) secondo il prima e il poi. Apparecchiano la tavola in cui sistemano le cose così come devono stare. Il linguaggio comunica, manipola, prende, proprio come fa la mano toccando quel che la lingua raccoglie. La mano anticipa la parola e dà luogo a una metafisica dell’afferramento imponendo all’oggetto un’intenzionalità; questa cosa la chiamiamo comprensione, ed è la versione scolorita del Begriff. Afferrando le cose le ordiniamo, ossia diamo loro un ordine (ricordate quando le mamme dicevano fai questa cosa? Di norma il dito era puntato e la mano vagamente minacciosa). Le mani assegnano non solo la funzione all’oggetto ma lo definiscono nello spazio e lo limitano nel tempo. In Sein und Zeit sembra che le cose debbano prendere ordini dalle mani e così non è. Heidegger non è un profanatore della cultura, è più simile a un maggiordomo scrupoloso nella pulizia e metodico nel riporre le cose al proprio posto; l’uomo (Dasein)  continua ad essere la misura delle cose e le cose non esistono se non in funzione del soggetto. La Fenomenologia aveva però fatto qualcosa di diverso dislocando il soggetto: il decentramento comporta una radicale distorsione anche dell’oggetto, proprio come accade ai bambini che si meravigliano per quello che vedono e non per ciò che sentono dire; esiste qualcosa fuori di loro e questa cosa pur dilatata dalla fantasia la chiamano reale. La realtà piace ai bimbi più delle favole. Li colloca, li definisce, li dimensiona non al di là, ma nelle cose. E li fa sentire vivi. Se esiste qualcosa, la sua esistenza si conferma non in una relazione col nostro percepirla (la percezione è una rappresentazione), ma in autonomia, al di là di quello che siamo. Le cose sono cose e possono fare a meno della nostra presenza.

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La realtà, essendo ciò per cui una cosa è quella e non un’altra, esiste e di vita propria, indipendentemente dall’essere conosciuta o manipolata; la funzione è un accidente e mai qualcosa di sostanziale. Ma gli universali universalizzano collocando gli oggetti in un universo di senso, che vuol dire in un verso solo. Le idee quando pensano il reale secondo la mansione vanificano le parole (il nome che diamo alla cosa) in un vuoto nominalismo. Il reale esiste, è pensabile (a condizione che si conformi il pensiero all’interno dei limiti delle cose, in re o post rem), è esprimibile, ha una collocazione definita nello spazio e nel tempo. Si definisce come specie o categoria ma solo nei contorni dell’ecceità, che è “la causa, non della singolarità in genere, ma di questa singolarità nella sua particolare determinazione, cioè in quanto è proprio questa” (haec determinate). Il pericolo dell’andare oltre, nell’universale, è di farsi travolgere dall’intenzionalità del senso.

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Torniamo alla decontestualizzazione: una scarpa al piede la identifichiamo per quello specifico uso, posta su una parete diventa una scultura, un oggetto puramente estetico; decontestualizzato l’oggetto si libera dalla presa delle mani e del linguaggio, svincolandosi dall’ordine morale prima che da quello intellettuale. Scultura di cattivo gusto il più delle volte, ma con Cattelan abbiamo visto di peggio. In Heidegger c’è la conferma di tutta quanta la nostra storia culturale, quella che fa dell’uomo la misura delle cose, che gli ruotano attorno come alla causa finale. Non è un discorso complesso: immaginate Belen in un centro anziani e capiamo in che modo avvenga l’attrazione. Eppure la tecnologia dimostra proprio il contrario: le cose come oggetti con una propria ontologia sono qualcosa di intimamente eversivo; la tecnica ha tecnologizzato le persone vincolandole alle cose, l’ideologia le ha rese schiave di un’idea, la lingua della rete o delle televisioni ha modificato in profondità il linguaggio, l’arte ha decontestualizzato le cose facendone appunto altro. Questo altro nel quale l’oggetto prende una diversa forma, senso o contenuto può essere affettivo, estetico, pratico. Le cose non passano dall’essere al non essere, non finiscono mai; si svincolano dalle mani e diventano semplicemente altro, vanno a vivere altrove. Cambia la funzione e la funzione è ciò che dava loro il senso. Quando Eraclito scrive (o meglio qualcuno per lui) πάντα ῥεῖ, oltre a delineare la sceneggiatura del noto film con Robin Williams, intende che ad ogni istante che passa non siamo più quelli di prima, che cambiamo, diventiamo difformi, deformiamo. L’argomento non è inconsistente, parliamo di piccoli frammenti di tempo come se nulla fossero; eppure provate a rispondere un attimo! alla consorte quando vi chiede di svolgere un compito, e vedrete che quell’istante viene recepito come come un’era glaciale. L’attimo sarà pure fuggente, ma non è comunque mai negoziabile.

Le mani afferrano gli oggetti e danno loro un senso, si muovono nell’orizzonte del possibile e quando si cimentano con l’impossibile non bastano più. I detrattori parlano allora di adynaton, affermando l’impossibilità che una cosa avvenga subordinandone l’avverarsi a un altro fatto ritenuto impossibile. L’argomento è però debole, retorico, funziona nel linguaggio pratico ma la vita è un’altra cosa. L’impossibile non è il limite dell’oggetto, piuttosto la sua possibilità di trasformarsi o deformarsi in altro.

Dando il nome a uno oggetto lo individuiamo in quel che serve, attribuiamo una categoria e la categoria è un universale che identifica la cosa, la rende identica a se stessa. Con le parole istituiamo una mistica dell’oggetto e dunque una metafisica. E tuttavia la realtà è ciò per cui una cosa è quella e non un’altra, esiste indipendentemente dall’essere conosciuta. Le idee quando pensano l’ideale come reale vanificano le parole in un vuoto nominalismo. Il reale esiste, è pensabile (a condizione che si conformi il pensiero all’interno dei limiti delle cose, in re o post rem), è esprimibile, ha una collocazione definita nello spazio e nel tempo. Si definisce come specie o categoria ma solo nei contorni dell’ecceità, che è “la causa, non della singolarità in genere, ma della singolarità nella sua particolare determinazione, cioè in quanto è proprio questa”. Il pericolo dell’andare oltre è di cadere nella rete della metafisica e dell’ideologia, dell’abitudine intellettuale a disporre le cose assecondando un ordine. Questo vale tanto nella vita ordinaria, quanto nella sua dilatazione sociale: fuori dal reale non ci sono che le parole e il linguaggio della politica (per la relazione che sussiste tra l’universale e il banale esercizio del potere) lo dimostra pienamente; manca l’arrosto e vende il fumo. C’è una regola in cucina e le mamme la esercitano per lo più con eleganza: gli aromi coprono gli odori di una pietanza deteriorata, rendono appetibile l’alimento andato a male o sgradito ai bambini. E così poste le cose in un senso che rende impossibile l’altro, non solo ne decretano la fine contornandone i confini, ma si comportano come gli imbonitori medievali che si fermavano nelle piazze trafficando le piume dell’arcangelo Gabriello a una plebe ignorante, convinta di sfamarsi con l’arrosto mentre in realtà mangiava la merda.

Nota personale: non so com’è, ma pur nella veneranda devo avere un rigurgito d’infanzia; non ho un Io tautologico, non ragiono in termini idealistici e penso che la verità non necessiti della mia presenza. Sono certo che possa fare a meno della mia ontologia. Non sono un metafisico e la veritas (come) est adaequatio rei et intellectus (la verità come corrispondenza della cosa e dell’intelletto) mi sembra una forma di delirio. E così guardo alle cose per quello che sono (come i paradossali oggetti delle foto) e per lo più mi piacciono, le spoglio e le scopro ogni giorno. E ogni giorno mi sembrano meravigliose.