IL PRINCIPE SENZA REGNO E SENZA VERITA’

IL PRINCIPE SENZA REGNO E SENZA VERITA’
Un funzionario illustrissimo mi ha chiesto cosa avrei fatto da qua a un anno. Lo voleva per iscritto. Voleva una conferma austera e fiscale. L’ho guardato: “Caro signore, non so cosa farò domani. Non posso prendere un impegno per uno che tra un anno sarà un’altra persona”. Il suo bisogno di stabilità mi ha fatto pensare ai mutui e a come la società ci mutualizzi. Dalla cassa mutua alla cassa da morto. Non ho bisogno della prima e non mi piace pensare alla seconda. Ma ci prendono la vita, questo sì, e la rendono immutabile. Non assumono filosofi all’agenzia delle entrate, è evidente. Lo stato nella sua magnanimità ha istituito una mutua della verità. Come per le malattie, ogni corpo è uguale a un altro; è incapace di distinguere, assimila. Cura le alterità e munisce appunto ognuno di una carta di identità. Chiede di identificarti con te stesso, di autocertificarti. La prima ordina nel disordine, il principio di ragione prevale su quello di realtà e l’ultima trasforma un individuo in un essere individuabile. L’individuabilità riconosce la difformità, ma la circoscrive e l’assorbe nell’affinità. Questa cosa il funzionario la chiamava verità. Ma la verità non mi appartiene e peggio ancora non le appartengo. Non ho quel senso della proprietà che è la continuità. Sono un principe che non ha regno, privo di casato e senza blasone. Non cammino per luoghi comuni e per quanto riconosca nobiltà alla giustizia faccio fatica ad assimilarla a qualcosa che si chiama diritto, come se avesse un principio e una fine. Non misuro il tempo secondo il prima e il poi, e non discrimino tra vero e falso. Vivo il presente e mi piace così tanto che ogni volta dico “e poi?”. Quella sintesi di attualità che definiamo vita davvero non mi basta mai. Mi ha rimproverato, il funzionario: “Lei vive nelle favole!”. Caro signore dove vuole che viva un principe, nel suo angusto domicilio (fiscale)?
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

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DAL MANUALE DELL’ANTIPSICHIATRIA

PER UNA CORRETTA DIAGNOSI ANTIPSICHIATRICA
(Parla come mangi)

Mio figlio ha un disturbo della personalità anancastico che gli ha fatto maturare una dipendenza ossessivo compulsiva agli alcaloidi quali surrogato emozionale per il suo io carente e socialmente ipoattivo. E cioè? Si fa le canne con gli amici.

Mi hanno riscontrato una CFS somatiforme indifferenziata da conversione con dismorfismo corporeo algico e astenia depressiva. E cioè? Non ho voglia di fare un cazzo.

Mia moglie soffre di un desiderio sessuale ipoattivo indotto dal morbo di Addison. Cioè? Anche oggi vado a mignotte.

Cara, ho portato tua madre in ospedale, le hanno diagnosticato una permanente e irreversibile cessazione delle attività biologiche con apoptosi e necrosi cellulare. E cioè? E’ morta.

Il dottore dice che ho un’idiosincrasia maturata in un ambiente intollerante e incapace di gratificare il mio ego. Cioè? Mi sono rotto il cazzo.

Mi hanno riscontrato una sindrome compulsiva con sintomatologia eterogenea che porta a stati d’ansia coattivi. Ah, e da quando non stai più su Youporn?

Cara, i problemi sul lavoro mi hanno lasciato in uno stato di prostrazione tale che la mia conflittualità emotiva si ripercuote nella nostra vita di coppia. Ho capito … neanche stasera si tromba.

Mi spiace. Ma le congiunture economiche, la competizione col mercato orientale, il revisionismo storico, i sindacati, la globalizzazione, l’anatocismo, e poi capirà… mia moglie deve farsi la pelliccia nuova. E quindi? Lei è licenziato.

Mia moglie soffre di un disturbo dell’affettività dovuto a una carente struttura dell’io che porta a compensare tale mancanza erotologica in figure maschili capaci di soddisfarla nel suo bisogno amoroso. Ah, da quando ti mette le corna tua moglie?

Lei è affetto da una diffusa sindrome anaffettiva caratterizzata da una significativa dose di aggressività mista a un autoreferenziale feticismo del suo io non sublimato nelle comuni espressioni della socialità. E quindi? Lei è uno stronzo.

Da CRONACHE DELL’EPIGASTRIO alla pagina http://goo.gl/dlRG76

CRONA       CRONA 1

LA PRINCIPESSA PERIPATETICA

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LA PRINCIPESSA PERIPATETICA
Nelle favole il presente è una circostanza, quello che conta è in un altro luogo (mai precisato) e in un altro tempo (non determinato). Quella cosa che chiamiamo vita, la sua attualità viene per magia spostata altrove. Il vuoto semantico del tempo “presente” crea una tensione nel racconto, rapisce l’attenzione del lettore, è credibile proprio in quanto incredibile; ammalia e seduce, fa del sogno qualcosa di vero senza tuttavia che abbia un contenuto di verità. Gli innamorati fanno una domanda di attualità, vogliono il qui e adesso, la risposta non può risolversi in una parola superficiale. Nella favole, come nel sogno, tutto questo viene invece stravolto, lo straordinario entra nell’ordinario modificando la struttura della storia e trasformando in un paradosso la relazione amorosa. Nel Περί ἑρμηνείας Aristotele, trattando del discorso significante, del nome e verbo e del modo in cui si uniscono a formare giudizi veri o falsi, aveva individuato una variante nei giudizi relativi al futuro (futuri contingenti), come «domani ci ameremo, domani faremo» (nella variante “c’era una volta”) che non sono né veri né falsi. Non hanno infatti contraddittorio e la misura del tempo secondo il prima e il poi rimane priva di senso. Collocato il desiderio in un immaginario che non necessita della connotazione al presente per essere vero, la credibilità (o la verisimiglianza) finisce per prevalere sulla verità. Le bugie vengono ben assorbite nelle favole; il linguaggio seduttivo e non connotativo svuota la scena di un’ontologia proprio servendosi di questi futuri contingenti. E dunque c’è da supporre che alla domanda del principe: “Cosa hai fatto e dove sei stata?”, la fanciulla abbia risposto: “Un po’ qua e un po’ là, prima di dopo e dopo di prima”. L’indeterminatezza non aiuta la relazione e per quanto contrassegni la principessa come peripatetica, non sempre la parola ha una connotazione positiva; funziona nelle favole e con i blasonati, ma di norma e una volta decontestualizzati dal racconto i principi non si accontentano della verosimiglianza, preferiscono sempre e comunque la verità.
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

IL FASCINO

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IL FASCINO
L’altro reale serve a confermare i bisogni primari, morali e narcisistici, quando il cuore e la testa sono comunque altrove. Ci facciamo un’immagine di questo altro piccolo e diciamo che ha fascino, che è interessante, solletica pruriti nascosti e normali esigenze di evasione. L’attualità di una relazione porta a sentire l’altro come una parte di sé e averne cura. Ma non bastiamo a noi stessi e per lo più non ci piaciamo, quello che conta è altrove. Subentra allora il senso dell’estraneità, quel sentirsi fuori posto dovuto alla collocazione data dal desiderio. Questo altrove dà un significato al di là di quello che siamo e mette in un campo di significanti estranei, ma ai quali restiamo sospesi proprio perché la nostra significazione dipende da un diverso ordine immaginario. L’altro reale non basta a soddisfare il desiderio, necessitiamo di un Altro con fascino che non è il simile in cui riconoscersi (è anzi difforme, blasonato nelle favole), ma un’immagine perturbante che porta a desiderare fino a completarsi nelle azioni più stravaganti, insolite, paradossali. Questo Altro fuori campo completa, libera, riempie il vuoto, dà un senso alla domanda e placa le pulsioni. In sostanza, la principessa non la dà al principe in quanto rimane ideale, ma al più vicino giullare, che sta comunque a corte e appunto le fa la corte.

(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

ER COSO DE LI COSI

ER COSO DE LI COSI

Er coso è quell’attrezzo che poi pure non avello e ce poi vivere lo stesso. E forse a ben guardà ce vivi pure mejo. Fa perde la ragione all’ommini e le donne ce lassano er decoro. Quanno cominciano i problemi e quannn’è che te se comprica la vita, quanno er coso vole uscì pe’ cercà l’errica. E allora capisci ch’è finita, che nun hai pace pure se te piace, pecché non è una bona amica, er coso te fa vivere a fatica. Alla fine te rassegni, ce pensi, ce ripensi e poi te dici che va bene, che la vita in fonno c’ha le sue pene. E je voj quasi bene, specie se nun s’arza a fa’ l’inchino. Si chiama vecchiezza quanno ‘na mano lo pija e l’accarezza e quello nun si move e nun l’apprezza. Ma pure er coso c’ha i pensieri sui. Poi sempre circondarti dell’amici, che te fanno armeno sentire meno solo, a vorte raffinati artre villanzoni, ma lui per compagnia che c’ha, du’ cojoni?

Dai RIGURGITI ROMANESCHI (e ‘sti cazzi non ce lo metti?)

I MONOLOGHI DI BIANCANEVE

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I MONOLOGHI DI BIANCANEVE
L’amore è fatto di favole e parole. La favola prende il sopravvento e il lupo continua a non essere reale ma lo diventa se c’è chi te lo racconta. L’amore è una storia (una storia appunto d’amore) e le storie, come le favole, sono fatte di parole.
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)

Di prossima uscita su AMAZON e LULU.com

cartaceo e digitale

CI PRENDONO PER IL “GURO”

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CI PRENDONO PER IL “GURU”
Grazie ad Umberto Eco ho scoperto di essere un imbecille del web. Il luminare è stato chiaro, la rete assimila un nobel a una casalinga di Riccione e sempre a parere suo (illustrissimo) a un imbecille è consentito di lasciare due righe su argomenti che (sempre a suo pregiatissimo parere) non conosce. Eco parla anche delle fonti, che in quanto cattedratico pluridecorato vede nell’università e/o nei comitati redazionali dei vari nobilissimi editori che stampano illustrissimi libri. Sulle fonti non mi dilungo, una casalinga di Riccione conosce la fisiologia meglio di Aristotele e se avessi bisogno di un intervento urgente in un deserto, mi augurerei di trovarmi con la donna di casa piuttosto che con il Filosofo. Non mi fido di uno che invita a mettere un elastico sul testicolo destro durante l’amplesso per assicurarsi una discendenza maschile. Proprio grazie alla rete e a quel po’ di fascismo televisivo anche la donna meno avveduta capisce che è una stronzata. Ma è forse proprio questo che dà fastidio al pregiatissimo. Per quanto riguarda il livellamento al basso di cui parla l’esimio, mi pare di vederlo in una piazza affollata censurando dall’alto della sua magistrale competenza questo o quell’altro passante che (come cazzo si permette) esprime un’opinione (che non è scienza, ma doxa e lo sappiamo) su questo o quell’argomento, foss’anche di semiotica, che è l’arte di discriminare le regole del linguaggio. E le regole appunto sono cose da università e/o dei vari comitati scientifici redazionali. Sulla validità scientifica delle varie informazioni mi permetto di dire due cose. Punto 1 (quanto mi piace puntualizzare, mi dà quell’aria da dotto, di uno che conosce in dettaglio le cose): di causa in causa, e lo sapeva anche il buon Aristotele, si arriva ad alcuni principi anapodittici che sono tali in quanto evidenti di per sé e non si conosce la ragione, ma è così e non si possono mettere in discussione. Punto 2: l’epistemologia popperiana, secondo la quale una regola diventa tale non per validità degli assiomi, ma per la forza seduttiva, il prestigio e il potere (universitario e/o dei vari comitati scientifico redazionali) di chi annuncia al mondo verità incontrovertibili. Evito di citare Wittgenstein, altrimenti dovrei produrre la laurea in copia firmata autenticata per poterne citare le fonti. Vorrei invece ricordare una cosa, il (la, che altrimenti le femministe si incazzano) clitoride è stata scoperta nel XVII sec. da un tale illustrissimo anatomista che si chiamava Colombo, e da allora (col De Re Anatomica) il mondo ha scoperto che esisteva il bottoncino. Viene da chiedersi: e ci voleva il cattedratico e il comitato scientifico redazionale? Il dubbio è che Colombo (non Eco, per carità) fosse dedito più all’onanismo universitario, a una forma di conoscenza (concupiscenza) tautologica, che naturalmente portata alla verità. Dalla presa di posizione di Eco è incontestabile che prima del tale Colombo non esistesse il clitoride; cazzo, se non c’era nei libri pregiatissimi non poteva anche esistere nella realtà. Insisto, se il tale avesse scopato (scusate, ma la volgarità è ben altra, ed è proprio di quella che stiamo parlando) di più avremmo avuto qualche guru di meno e qualche verità in più. Ma, si sa, ci prendono per il guru. Come l’America appunto, che non c’era sulle carte di navigazione e dunque non esisteva. Si chiama delirio, ma vaglielo a spiegare al pregiatissimo. Ci raccontano favole, come ha fatto Aristotele, il cui universo è rimasto tale fino al De Revolutionibus. Duemila anni di favole. Perché l’astronomo Aristarco di Samo, pur contemporaneo dello Stagirita, sapeva che era la terra ad orbitare attorno al sole; ma era uno sfigato e non aveva il potere di Aristotele (che guarda caso stava a corte di Alessandro il Grande). La rete ha permesso di mettere in discussione quel “e vissero felici e contenti”, mettendo in chiaro che i luminari e i vari comitati scientifici redazionali siano (non diversamente dagli imbecilli del web, pur con qualche competenza indiscussa e riconosciuta) dei narratori, a volte pure mediocri. La cultura è puttana, anzi peripatetica. E a puttane si va (scusate, ma sull’argomento ho una qualche competenza e se Eco me lo chiede, posso produrre i vari titoli accumulati nel tempo) per piacere, per sognare, illudendoci di essere protagonisti di una storia. Per sentirci raccontare una favola e per raccontarla (agli amici illustrissimi del bar dell’università) come se fosse la verità.

Giancarlo Buonofiglio
(Da Per me Biancaneve gliela dava ai sette nani)